Autore:
Salvo Sardina

INGRANAGGI Avete presente quando, nel raccontare una prestazione agonistica, uno sportivo si perde nei ringraziamenti alla squadra, all’allenatore, ai compagni e via dicendo? Il Gp di Germania è l’emblema del perché sono dolori, quando si inceppa anche la più piccola ruota del meccanismo perfetto necessario per arrivare alla vittoria. E ieri a Hockenheim non ha vinto il pilota più forte in pista, né la monoposto più veloce o più affidabile, non la strategia migliore o la squadra più preparata. No, ha trionfato Max Verstappen, ossia colui che ha saputo limitare al massimo gli errori, commettendone semplicemente uno in meno rispetto a tutti gli avversari. Parliamoci chiaro, non intendiamo dire che il successo del giovane olandese – il settimo in carriera – non sia meritato. Anzi, nella fiera degli errori, Max ha dimostrato di vivere un vero e proprio stato di grazia e, per di più, di esaltarsi quando le condizioni iniziano a farsi davvero difficili.

VADO AL MAX Il Gran Premio del Brasile del 2016, corso in una Interlagos letteralmente inondata da secchiate d’acqua, era stato un antipasto delle doti di guida del talentino di casa Red Bull. Che oggi ha finalmente tolto lo scettro a Lewis Hamilton, fino a questo momento unico pilota a vincere sul bagnato dal 2014 in poi, anno in cui l’era turbo ibrida (dominata da Mercedes) ha avuto inizio. Oggi come allora, Verstappen è stato protagonista di un testacoda senza conseguenze: nel 2016 sfiorò le barriere all’Arquibancadas controllando la macchina da vero campione; stavolta è invece stato tradito dalle Pirelli medie – inadatte a quelle condizioni d’asfalto – rendendosi protagonista di un 360° per sua fortuna senza conseguenze. Errori, appunto. Uno in meno di tutti gli altri.

CHARLES IL CARNEFICE Chi a quest’ora si sarà già mangiato entrambe le mani è Charles Leclerc. Proprio mentre il più titolato compagno di squadra remava alle spalle di Kimi Raikkonen, il monegasco volava capace di guidare al di sopra dei limiti tecnici di una monoposto, la SF90 (ma il discorso può essere esteso a gran parte delle ultime vetture del Cavallino), tutt’altro che irresistibile sul bagnato. Giusto a proposito di meccanismi perfetti, grazie alle chiamate chirurgiche di un muretto box Ferrari per una volta irreprensibile, Charles si era ritrovato in seconda posizione, davanti alla coppia Verstappen-Bottas e alle spalle del leader Lewis Hamilton. A incepparsi, inutile nascondersi dietro un dito, è stato proprio il ventunenne: il mondo alla rovescia, la vittima che diventa carnefice.

OCCASIONI SPRECATE Nessuno saprà mai come sarebbe finita. Forse Verstappen avrebbe comunque ottenuto il successo, o forse no. Certo è che in questa stagione a Maranello c’è sempre almeno uno dei meccanismi che non funziona a dovere, tra scarsa affidabilità, strategie strampalate ed errori dei piloti. Il dato curioso poi – ed è forse questo che più fa impazzire i tifosi – è che qualcosa va storto sempre nelle piste in cui la Ferrari sembra avere tutte le carte in regola per battere la Mercedes (Bahrain, Azerbaijan, Canada, Austria e, appunto, Germania). Chiamatela insostenibile pressione o, se vi sentite gentili, semplicemente sfortuna. Il dato di fatto è però che dopo 11 gare c’è ancora un pesantissimo zero nella casella vittorie, mentre il contatore sale di weekend in weekend alla voce rimpianti. Occhio però a non dare addosso a Leclerc: questa per lui era la prima vera gara bagnata della carriera e crediamo che il bicchiere sia comunque mezzo pieno. La velocità e il talento sono cristallini, servirà un po’ di esperienza in più – ricordate quanto ha dovuto maturare Verstappen prima di arrivare a questi livelli? – per imparare a gestire e controllare la foga.

FRECCE SPUNTATE Chi di esperienza non ne ha certo bisogno, è il team Mercedes che a Hockenheim festeggiava (in realtà un po’ in ritardo) la ricorrenza dei 125 anni dall’ingresso nel motorsport. Il perfetto abbigliamento vintage da anni ruggenti e la livrea bianca a ricordare gli esordi che hanno poi dato il la al mito delle Frecce d’argento, sembrano però aver distolto l’attenzione dalla pista. Dicevamo dei meccanismi che si inceppano: la scarsa reattività sul piano strategico è stata accompagnata – e non accadeva tipo da 125 anni – anche da un paio di gravi errori di Lewis Hamilton. Dopo aver dominato la prima parte di gara, l’inglese ha perso il controllo della W10 nella stessa curva in cui Leclerc ancora si disperava per il patatrac. Ripartito, Lewis ha poi preso una penalità che è un assoluto nonsense (ne parleremo nella consueta Var del lunedì pomeriggio) prima di finire ancora in testacoda in curva-1, toccando il muro per la seconda volta. Alla fine, i due punti conquistati grazie alla doppia penalità dell’Alfa Romeo sono grasso che cola, specie se pensiamo che Valtteri Bottas ha invece pagato carissimo, con il ritiro, l’unico errore di un weekend comunque mediocre e mai all’altezza del compagno.

E POI C’È SEB Ovviamente non ci siamo dimenticati di lui, di Sebastian Vettel, oggi deputato a tenere in alto la bandiera del Cavallino. Diciamolo subito: a costo di risultare autoreferenziali, il cerchio di cui parlavamo sabato non può considerarsi chiuso con la bella rimonta dalla ventesima alla seconda posizione. La piazza d’onore ottenuta nella natia Germania è frutto del caos che si è generato in pista e della gestione di gara accorta e senza errori di un Seb spesso fin troppo lontano dalla festa per lasciarsi ingolosire dal prendervi parte. In tal senso, la differenza di prestazione e di incisività sul bagnato con Leclerc è apparsa netta. Poi, una volta montate le slick, il tedesco è tornato in cattedra e si è in pochi giri sbarazzato degli avversari sino a ottenere un secondo posto insperato alla vigilia. Prestazioni che la dicono lunga sullo stato di forma della SF90, che probabilmente in una gara asciutta avrebbe potuto dire la sua (se fosse partita dalle prime posizioni) contro Mercedes e Red Bull. Peccato però che, per la Rossa, la Fiera degli errori e dei meccanismi che si inceppano fosse iniziata con 24 ore di anticipo…


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