Settembre 2026 si sta chiudendo come uno dei mesi più delicati per l'industria motociclistica italiana degli ultimi vent'anni. Non per un singolo evento clamoroso, ma per la somma di notizie che, lette insieme, disegnano uno scenario che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impensabile: la casa di Schiranna in stato di crisi conclamata, il gioiello di Borgo Panigale sul tavolo delle cessioni di un colosso tedesco in difficoltà, e anche il Gruppo Piaggio ha fatto parlare di sé. Proviamo a mettere in fila i fatti, perché prima di ogni previsione serve chiarezza su cosa sta succedendo davvero.
MV Agusta: l'agonia di Schiranna
Il caso più grave, oggi, è senza dubbio quello di MV Agusta. L'azienda ha confermato ufficialmente l'ingresso nella procedura di composizione negoziata della crisi, ammettendo difficoltà ''operative, industriali e finanziarie'' arrivate dopo la separazione da KTM, che nella primavera del 2024 aveva assunto il controllo della maggioranza e che, alla fine dello stesso anno, è stata a sua volta travolta da un dissesto finanziario miliardario. Da allora MV Agusta è tornata sola, nelle mani della holding lussemburghese Art of Mobility della famiglia Sardarov, senza che quella ricapitalizzazione da 35 milioni di euro, annunciata per la primavera 2026, sia mai stata perfezionata.
Il paradosso è che i numeri commerciali, presi da soli, non raccontano affatto una casa moribonda. Nel primo semestre 2026 le immatricolazioni mondiali sono cresciute del 3,4%, mentre in Italia l'aumento è stato addirittura del 28,8%. Ma dietro questi numeri, secondo le sigle sindacali di Varese, c'è uno stabilimento di Schiranna dove la produzione sarebbe di fatto ferma da mesi per il mancato pagamento dei fornitori, con i 184 dipendenti in cassa integrazione parziale.
Una trattativa con CFMoto per un ingresso nel capitale sarebbe saltata e ora l'azienda corre contro il termine del 25 novembre 2026, entro il quale dovrà trovare un accordo con i creditori. È la fotografia più evidente di un marchio che riesce ancora a vendere, ma non riesce a produrre.
Ducati: il gioiello che Volkswagen valuta di cedere

Il secondo fronte è quello di Ducati, ma qui siamo su un piano completamente diverso. Il gruppo Volkswagen ha avviato una revisione del proprio portafoglio che coinvolge circa 600 delle oltre 2.000 partecipazioni detenute nel mondo, con l'obiettivo di liberare risorse da destinare alla transizione elettrica e di rispondere alla pressione sempre più forte della concorrenza cinese. Uno scenario complicato - con fabbriche in chiusura e numerosi licenziamenti in vista - che mette ''sulla graticola'' anche Ducati è finita sotto esame. L'amministratore delegato di Audi, Gernot Döllner, ha confermato che il marchio italiano ''farà parte del processo di valutazione'', senza però che sia stata presa alcuna decisione definitiva.
E qui è importante non confondere le cose: Ducati non è un'azienda in difficoltà. Nel 2025 ha consegnato circa 51.000 moto, con un fatturato di 925 milioni di euro e un margine operativo del 5,6%. Numeri in calo rispetto all'anno precedente, ma comunque solidi considerando il contesto di mercato.
Ed è proprio questo il punto. Ducati è un asset prestigioso e redditizio, un marchio che ha un valore internazionale enorme e che, proprio per questo, potrebbe risultare particolarmente appetibile per un gruppo che ha bisogno di fare cassa. Gli analisti stimano un valore attorno a 1,25 miliardi di euro, ma nel frattempo le acque hanno già iniziato a muoversi.
Il fondo italiano PatrItalia avrebbe infatti presentato un'offerta non vincolante da 2,5 miliardi di euro per il 100% di Ducati Motor Holding. Un'offerta che Volkswagen, almeno per il momento, non avrebbe formalmente preso in considerazione. Sullo sfondo c'è anche la politica: il presidente dell'Emilia-Romagna Michele de Pascale ha chiesto al governo la massima attenzione su qualsiasi ipotesi di acquirente, con l'obiettivo di tutelare la sede di Bologna e la continuità industriale di un marchio che in MotoGP ha conquistato sei titoli costruttori consecutivi dal 2020.
Piaggio: solidità apparente, tensioni reali e un investimento che parla chiaro

Il terzo nome che entra nel dibattito è quello di Piaggio, ma qui bisogna muoversi con maggiore cautela. Tra i rumors che circolano in queste settimane e i fatti verificabili c'è infatti una distanza piuttosto ampia.
Sul piano industriale e finanziario, i numeri raccontano un gruppo in salute. Il primo semestre 2026 si è chiuso con una crescita dei volumi dell'8,5% e ricavi in aumento, mentre il margine lordo, secondo gli analisti di Berenberg, ha raggiunto il 30,4% nel secondo trimestre. Piaggio resta inoltre l'unico grande gruppo motociclistico italiano ancora saldamente in mani italiane, sotto il controllo della famiglia Colaninno, con Matteo presidente esecutivo e Michele amministratore delegato dopo la scomparsa di Roberto.
Da tempo circolano, con una certa regolarità, voci su un possibile interesse di gruppi industriali asiatici nei confronti di Piaggio. Al momento, però, non abbiamo trovato fonti attendibili in grado di confermare trattative o un interesse concreto. E quindi è giusto trattarle per quello che sono: rumor di mercato senza riscontri, non notizie.
Quello che invece è documentato, e che completa il quadro, è la situazione sul fronte occupazionale a Pontedera. Negli ultimi dodici mesi l'azienda ha fatto ricorso più volte agli ammortizzatori sociali, tra cassa integrazione e contratti di solidarietà firmati con i sindacati confederali. L'ultimo, siglato all'inizio di luglio 2026, è valido fino al 31 ottobre e coinvolge circa 3.000 tra operai e impiegati, a fronte di un rallentamento della produzione.
Le sigle sindacali confederali parlano di una scelta ''sofferta ma necessaria'' per salvaguardare l'occupazione. La sigla di base USB mantiene invece una posizione molto più critica e denuncia il ricorso ripetuto agli ammortizzatori sociali senza, a suo giudizio, una strategia industriale di rilancio sufficientemente chiara per il sito toscano.
È un elemento che va tenuto separato dalle difficoltà di MV Agusta e dal dossier Ducati. Non c'è una crisi di solvibilità, non c'è una crisi della proprietà. Ma è comunque un aspetto che ridimensiona l'idea di una Piaggio semplicemente ''al sicuro'' mentre tutto intorno cambia.
Ed è proprio qui che arriva lo spunto forse più interessante degli ultimi giorni. Il 3 settembre 2026 il gruppo ha inaugurato a Mandello del Lario il nuovo stabilimento Moto Guzzi, dopo quasi cinque anni di lavori e un investimento superiore ai 50 milioni di euro. Il progetto porta la firma dell'architetto Greg Lynn.
Il sito, che dal 1921 rappresenta la casa storica del marchio dell'aquila, è passato da 30 a 38mila metri quadrati e può ora arrivare a una capacità produttiva di 30mila moto all'anno. Accanto allo stabilimento è stato realizzato anche un nuovo museo del marchio. È un segnale che va nella direzione opposta rispetto a quanto sta accadendo a Pontedera. Mentre uno stabilimento affronta il rallentamento della produzione facendo ricorso ai contratti di solidarietà, l'altro riceve uno degli investimenti industriali più importanti degli ultimi anni nel settore delle due ruote italiano.
Più che una contraddizione, è la fotografia di un gruppo che sta decidendo dove mettere le proprie risorse. E che, a differenza di MV Agusta e Ducati, ha ancora la possibilità di scegliere.
Un settore, tre velocità
Quello che emerge, quindi, non è una crisi del motociclismo italiano in quanto tale. Il mercato tiene e i marchi italiani continuano a essere tra i più desiderati al mondo. Il problema, semmai, riguarda la proprietà e la disponibilità di capitali. MV Agusta paga una storia fatta di continui passaggi di mano e di una capitalizzazione che non è mai stata davvero risolta. Ducati si trova invece nella situazione opposta: non è in difficoltà, ma è un asset di grande valore che potrebbe diventare interessante proprio nel momento in cui il suo azionista di riferimento ha bisogno di liberare risorse.
Piaggio, dall'altra parte, dimostra che un grande gruppo italiano può rimanere industrialmente sano e proprietariamente stabile anche all'interno di un mercato tutt'altro che semplice, pur dovendo affrontare problemi e tensioni sul fronte produttivo e occupazionale. Sono tre traiettorie diverse che raccontano però la stessa cosa: il valore di un marchio, la sua storia sportiva e il suo appeal internazionale non bastano più, da soli, a garantirne la sopravvivenza sotto bandiera italiana. Serve capitale, possibilmente paziente. E negli ultimi anni, a parte il caso di Pontedera, è proprio questo che è mancato.
Scenari futuri: cosa aspettarsi
Per MV Agusta i prossimi due mesi saranno decisivi. La scadenza del 25 novembre per la composizione negoziata rappresenta uno spartiacque concreto. Gli scenari sul tavolo sono sostanzialmente tre: un accordo con un nuovo partner industriale, con la Cina che dopo il tentativo fallito con CFMoto resta la pista più concreta, anche se politicamente sensibile; un salvataggio interno da parte della famiglia Sardarov, con una ricapitalizzazione finalmente effettiva; oppure, nella peggiore delle ipotesi, un fallimento controllato con la vendita degli asset e del marchio. La produzione ferma da mesi rende quest'ultima possibilità tutt'altro che teorica.
Per Ducati lo scenario è invece più lento, ma anche più delicato per gli equilibri nazionali. Volkswagen difficilmente prenderà una decisione in tempi brevi, ma la necessità di liberare cassa all'interno del gruppo tedesco ha carattere strutturale e non sembra legata a una semplice contingenza. La politica se ne sta interessando... non è detto che questo sia un bene, ma staremo alla finestra.Se la cessione dovesse concretizzarsi, la partita più delicata riguarderebbe soprattutto l'identità dell'acquirente. Un fondo di investimento italiano avrebbe un vantaggio sul piano politico, ma dovrebbe dimostrare di avere una capacità finanziaria reale. L'offerta di PatrItalia, del resto, è stata accolta con parecchio scetticismo dagli osservatori del settore. Un gruppo industriale, europeo o asiatico, potrebbe invece offrire maggiori garanzie sul piano finanziario e industriale, riaprendo però inevitabilmente la questione della ''italianità'' di uno dei marchi più identitari del Made in Italy.
Per Piaggio, nel breve termine, lo scenario resta quello della continuità proprietaria. Ad oggi non ci sono elementi concreti che indichino operazioni straordinarie in corso, né in un senso né nell'altro.Il gruppo dovrà però gestire un equilibrio tutt'altro che semplice. Da una parte c'è da consolidare l'investimento appena inaugurato a Mandello, che rappresenta una scommessa sul lungo periodo per un marchio identitario come Moto Guzzi. Dall'altra bisogna rispondere alle pressioni sindacali su Pontedera, dove il ricorso ripetuto agli ammortizzatori sociali non potrà diventare, come hanno già sottolineato gli stessi sindacati confederali, una soluzione strutturale.
Se c'è una lezione che si può trarre da questo autunno 2026 è che il motociclismo italiano non rischia di sparire. La domanda per i suoi prodotti, anzi, resta forte nei principali mercati. Il rischio concreto è un altro: che, un marchio dopo l'altro, cambi bandiera. A quel punto la scelta spetterà ai fondi, ai governi e alle famiglie che oggi controllano questi asset. Saranno loro a decidere se quella bandiera meriti di essere difesa o se, alla fine, il valore industriale conti più della targa sulla sede legale.
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Un talento naturale, nel senso che si è ritrovato a seguire la sezione Moto dopo aver svolto in passato ogni mestiere immaginabile, tranne quello di web editor. Ad aiutarlo, un amore smisurato per tutto ciò che gira attorno alle due ruote, oltre a una contagiosa simpatia e a una professionalità esemplare, che in breve tempo hanno contribuito a fare di Danilo un personaggio amato da colleghi e appassionati. Presto o tardi, il volume della musica che ascolta in cuffia mentre scrive le sue prove ne farà un centauro sordo più di uno scarico privo di Db killer.




