Autore:
Paolo Sardi

DA SOGNO A REALTA’ Trasformare un hobby o una passione nel proprio lavoro quotidiano è probabilmente la massima ambizione di tutti e, soprattutto di quest’epoca, è bello anche poter parlare di qualcuno che è riuscito a realizzare il proprio sogno. Il protagonista di questa vicenda a lieto fine è Davide Varenna,  ventiquattrenne milanese venuto sin da bambino su con un chiodo fisso: disegnare automobili. Dapprima schizzi a matita, fatti dopo la scuola, e poi via via tecniche sempre più raffinate, fino alla completa padronanza degli strumenti digitali più avanzati. E oggi, dopo un percorso lungo il quale abbiamo avuto anche il piacere di accompagnarlo a tratti, è finalmente pronto per accomodarsi a una scrivania del Centro Stile Hyundai di Rüsselsheim, venendo nel suo piccolo a rappresentare l’ennesimo caso di fuga di cervelli dall’Italia.

L’ANTEFATTO Il legame tra Varenna e MotorBox risale a diversi anni fa: Davide ci sottopose una sua interpretazione dell’Alfa Romeo MiTo GTA, che rispetto a quella di serie accentuava la parentela con la 8C Competizione, e tra noi ci fu subito un bel feeling. Che la stoffa ci fosse, d’altro canto, se n’erano già accorti altri, come la giuria del Concorso Stile Italiano Giovani di Auto&Design, che nel 2006 premiò il suo studio di una Volvo S20. Nel 2009 gli chiedemmo di studiare un fotoritocco della BMW Serie 5 di allora (vedi correlate) e da lì la collaborazione si sviluppò, mentre nello stesso anno Davide si aggiudicava anche l’Autostyle Design Competition nella categoria  Urban cars/Suv. Niente di male, dunque, nell’individuare in lui una mente brillante e delle matite più promettenti in circolazione, con la quale vale proprio la pena di fare due chiacchiere in materia di stile e di futuro dell’auto.

 

Davide, toglimi subito una curiosità che ho da tempo: per uno che fa il tuo mestiere, quali sono le auto più facili e quelle più difficili da disegnare?
Dipende. Secondo me è più facile disegnare una carrozzeria sportiva ma in questo caso è più complesso trovare un concept, un’idea guida o mettere la giusta dose di funzionalità nel progetto. Per contro, quando si deve immaginare la linea di una citycar è dura riuscire a realizzare qualcosa di davvero gradevole, rispettando proporzioni corrette. Tra le proposte degli ultimi anni mi aveva colpito molto la Peugeot BB1, davvero interessante per le soluzioni che proponeva. Complessivamente, forse anche per la mia esperienza relativa, trovo che la vera sfida sia riuscire a immedesimarsi nei clienti potenziali: bisogna sempre disegnare per loro e non per se stessi.

Facci capire la tua mentalità: quali sono le auto che consideri più significative nella storia?
E’ un’altra domanda difficile, che richiederebbe una lunga riflessione. Restando in ambito europeo e pensando anche a cosa hanno rappresentato, direi la Volkswagen Beetle o Maggiolino che dir si voglia e la Fiat 500. Sono macchine come queste che a mio avviso segnano il passaggio dalla preistoria alla storia dell’auto. Approcciando il discorso in modo diverso, un’altra svolta importante si è avuta quando è cambiato il rapporto tra funzionalità e design, come è avvenuto con la prima Volkswagen Golf e con la Fiat Panda. Non è un caso che entrambe siano nate dalla matita di Giugiaro.

A giudicare da quello che si vede nei Saloni, si stanno affermando sempre più le auto elettriche. Guardando la nuova BMW i3 si ha la sensazione che lascino maggior libertà di disegno. E’ così? Cosa ci dobbiamo aspettare?
Sì, quello che dici è vero. Sicuramente sta per iniziare una rivoluzione e ci sarà ancora più libertà d’azione quando i motori elettrici si sposteranno nelle ruote, liberando altro spazio. Bisogna però vedere come decideranno di agire le Case. Sinora sembra si siano convinte che gli acquirenti preferiscano restare sul classico, che non siano pronti per qualcosa di diverso. Guarda per esempio la Renault Zoe: è la prima auto di grande serie a nascere elettrica ma da un punto di vista estetico osa ben poco, al contrario della Twizy, che, essendo però un prodotto più di nicchia, si è potuta permettere qualche azzardo in più.

In effetti, nel recente passato Volkswagen, Opel e Audi hanno portato ai Saloni diversi mezzi biposto supercompatti ma proposte così audaci sembrano siano state un po’ accantonate.
Probabilmente le Case si sono convinte che il mercato non sia ancora pronto per mezzi di questo genere. Dal canto mio spero invece che certe idee tornino alla ribalta: mi piacerebbe poter disegnare qualcosa del genere, perché ci sarebbe tanta libertà e si potrebbe lavorare con la fantasia. Sarebbe anche ora di vedere qualcosa di diverso dalle auto classiche. Quando ero in Volkswagen per la mia tesi, mi sono imbattuto un po’ di volte nella XL1 e sono rimasto davvero senza fiato.

Quali saranno secondo te i trend che si affermeranno nei prossimi anni?
Per come la vedo io, le città saranno il  terreno di una svolta importante, non solo legata all’avvento delle auto elettriche ma anche all’evoluzione dei sistemi telematici, che forniranno via via un supporto sempre maggiore al guidatore. Un altro fenomeno che porterà importanti novità sarà l’affermazione del car sharing. Credo che tra non molto vedremo arrivare qualche modello pensato apposta per questo tipo d’impiego, per fare da auto pubblica. Ciò non toglie che per me ci sarà sempre spazio anche per la passione, per la Ferrari della situazione, una volta soddisfatte le esigenze base di mobilità. E’ partendo da questo ragionamento che ho realizzato il progetto della mia tesi, la Volkswagen E-volution. Si tratta di un’auto sulla quale si può intervenire come una volta con le proprie mani, anche se qui lo si fa per montare accessori capaci di esaltarne le doti di trasformismo e di versatilità. E' ibrida ed è un mezzo in grado di emozionare sempre, che si debba andare in montagna per un weekend o avventurarsi su sentieri poco battuti. L'ispirazione mi è arrivata addirittura dalla Dakar, in cui ho visto estremizzato quel piacere di andare alla scoperta di luoghi sconosciuti che è stato tra i motivi del successo dell'auto nel Dopoguerra. In prospettiva, penso proprio che la sfida per i designer sia quella di far sì che le nuove tecnologie che si affermeranno non riducano mai l'auto a essere mera funzionalità ma che sia sempre un oggetto capace di emozionare.

Se non potessi più disegnare automobili, cosa ti piacerebbe fare?
Vorrei darmi alla progettazione di giardini. Io adoro la campagna e mi piace disegnare ciò che mi dà emozione. Pensando invece al mondo dei prodotti industriali punterei su una barca o un orologio.

Non le moto? So che stai prendendo la patente…
Certo che mi piacciono ma disegnarle credo sia un bel casino! Nel definire la loro linea si è molto vincolati dal ruolo della meccanica. E’ comunque un mondo che conosco ancora poco e che devo studiare per bene.

A proposito di studi, quale percorso scolastico consiglieresti a chi volesse provare a seguire le tue orme?
Francamente credo di essere stato fortunato e di aver fatto le scelte giuste a livello di scuole. Alle superiori ho fatto il Liceo Scientifico, che era la scuola per la quale mi sentivo più portato e che credo sia sempre quella capace di aprire più strade. All’università non me la sono sentita di prendere subito una direzione specifica come Transportation Design e così ho preso una laurea triennale in Design del Prodotto Industriale. Nonostante la mia passione per le auto, temendo di non riuscire a coronare il mio sogno, ho infatti preferito di nuovo puntare a ottenere una preparazione più ampia. Solo al momento di dover scegliere una laurea specialistica ho pensato di aggiustare il tiro e di andare nella direzione giusta, trovandomi però un po' in difficoltà.

In che senso?
I corsi più rinomati di Transportation Design in Italia avevano a mio avviso costi davvero alti, nonostante mi avessero assegnato una borsa di studio. Un motivo in più per provare a fare domanda al Master of Arts in Transportation Design della Hochschule Pforzheim, in Germania. E' una scuola pubblica eccellente, cui accedono pochissimi studenti (sette a semestre, ndr) e che costa soltanto 200 euro l’anno. Quando ho scoperto che mi avevano preso non ci credevo. Io, tra l’altro, sono molto legato alla mia famiglia e lasciarla per due anni mi è pesato abbastanza. Pforzheim si è dimostrata una palestra eccezionale, in cui la teoria ha un peso tutto sommato relativo e in cui si fa tantissima pratica.

In buona sostanza consideri dunque importante avere una formazione non troppo specifica?
Una competenza precisa serve, eccome,  ma io credo che sia molto utile avere una visione più globale. Serve ad avere un approccio più aperto a ogni questione e ad avere più strumenti a disposizione quando c’è da risolvere un problema. Anche quando si parla di design la forma conta ma non è tutto: quando più team si sfidano per far nascere un progetto, per spuntarla diventa cruciale anche saper spiegare le proprio idee, avere come dicevo una visione che vada al di là dei semplici schizzi. Non credo che sia una coincidenza che due tra i migliori designer italiani di oggi, Filippo Perini di Lamborghini e Flavio Manzoni di Ferrari, siano uno ingegnere e l’altro architetto. Avere una cultura più ampia aiuta e - se poi dovesse andare male – avere un piano B può sempre fare comodo.

 

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