A oltre trent’anni dalla sua scomparsa, il modo di guidare di Ayrton Senna continua a far discutere, sorprendere e – soprattutto – a essere studiato. Non solo per i risultati, ma per come arrivavano. Perché Senna faceva cose che, sulla carta, non avrebbero dovuto funzionare.
Prendiamo una curva qualsiasi. La teoria è chiara: ingresso pulito, gas progressivo, niente movimenti bruschi che possano scomporre l’auto. Senna, invece, faceva l’opposto. Proprio nel punto in cui qualunque pilota “normale” avrebbe dosato l’acceleratore con cautela, lui affondava e rilasciava il gas in modo rapidissimo, quasi nervoso.
Questa particolare tecnica, chiamata in gergo ''telegrafare'', la si vede in moltissimi filmati d’archivio della Formula 1, ma il caso più famoso resta il giro lanciato a Suzuka con la Honda NSX nel 1991. Lì, grazie alla videocamera che inquadrava i pedali, si notano chiaramente i suoi piedi – in mocassini e calzini bianchi – che “danzano” sull’acceleratore come se stessero suonando uno strumento.
Genialità o metodo?
Nel tempo, ingegneri, piloti e coach hanno provato a spiegare quella tecnica apparentemente caotica. Una delle teorie più diffuse è che Senna usasse questi colpi di gas per sondare il grip delle gomme, ottenendo informazioni che pochissimi altri piloti erano in grado di percepire.
Un’idea affascinante, e non del tutto sbagliata. Il pilota professionista e istruttore Nik Romano ha provato a verificarla scendendo in pista a Chuckwalla Valley Raceway al volante di una Honda/Acura NSX, la stessa famiglia di auto resa celebre dal giro di Senna. Il tutto documentato in un video molto dettagliato, con dati GPS alla mano.
Romano ammette che un uso più sporco del gas può aiutare a capire prima dove si trova il limite di aderenza. Ma c’è un dettaglio importante: Senna non lo faceva sempre. Non su ogni macchina, non su ogni circuito. Segno che non era un semplice trucco, ma uno strumento da usare solo quando serviva davvero.
Contro il sottosterzo (e contro gli errori)
Un’altra interpretazione, più sottile, è che quella tecnica fosse un modo controintuitivo per combattere il sottosterzo. Una soluzione che richiede sensibilità estrema e che pochi possono permettersi.
Analizzando i dati, Romano ha confrontato velocità minima e tempo di percorrenza in curva usando uno stile “pulito” e uno ispirato a Senna. Il risultato? Con i colpi di gas la velocità al centro curva aumentava sensibilmente, fino a circa 16 km/h in più, a giudicare dalle immagini. Sul giro completo, però, il vantaggio non era sempre netto.
Ed è qui che il discorso si fa interessante. Il fatto che Romano riuscisse a tenere il passo sperimentando questa tecnica dice molto. Ma dice anche che non basta provarla per un giorno per padroneggiarla davvero. Senna l’aveva affinata per anni, fin dai tempi dei kart.
Quando il gas diventa una rete di sicurezza
C’è poi una terza teoria, forse la più pragmatica: quei rapidi colpi sull’acceleratore servivano a rimediare a un errore in ingresso curva. Se freni troppo presto ed entri lento, ti ritrovi a perdere terreno in attesa di poter riaprire il gas. Se anticipi troppo, rischi di sbilanciare l’auto e compromettere l’uscita.
In curve lente e con ingressi lunghi – le più difficili da azzeccare al millimetro, anche per i piloti di F1 – questa tecnica permetteva a Senna di mantenere alta la velocità minima senza provocare trasferimenti di carico bruschi. In pratica, restava costantemente al limite del grip, senza mai oltrepassarlo davvero.
Romano lo descrive così: stesso ingresso, ma invece di rilasciare il gas, si impartiscono al pedale una serie di micro-aperture continue. L’auto diventa più “viva”, più reattiva. Ma anche più efficace. I dati confermano che la velocità minima resta più elevata, sfruttando meglio le gomme per una porzione maggiore della curva.

Cosa possiamo imparare davvero
La lezione, però, è chiara: non è una tecnica da improvvisare. Per trasformare quei colpi di gas in un vero vantaggio sul tempo sul giro serve una concentrazione fuori dal comune. Quella che Senna chiamava “flow”, uno stato mentale in cui tutto sembra avvenire senza sforzo.
Anche lui, va detto, non era immune dagli errori. Ma aveva sviluppato un metodo unico per conviverci e, spesso, trasformarli in un punto di forza. Ed è questo il vero segreto della sua guida: non l’irregolarità dei movimenti, ma la capacità di stare sempre, comunque, un passo più vicino al limite.




