Dimentica per un attimo le classiche elaborazioni su base d’epoca, quelle linee pulite e quei restauri conservativi che vanno tanto di moda. Se pensi che il concetto di tuning estremo si fermi a qualche supercar con passaruota allargati o a un vecchio furgone rivisitato, sei fuori strada.
Qui parliamo di qualcosa che non troverai mai in un listino ufficiale o tra le pagine di un catalogo patinato. Si chiama Thor24 ed è, a tutti gli effetti, la dimostrazione su ruote di cosa succede quando un progetto personalizzato sfugge completamente a qualsiasi logica di buon senso automobilistico.
La base di partenza è un pezzo di storia dei mezzi pesanti americani: il telaio allungato di un Peterbilt 359 del 1979, uno dei simboli storici del trasporto USA d'altri tempi.
Ma dimentica il motore originale. Sotto un cofano che sembra non finire mai batte un propulsore che ridefinisce l'esagerazione: un immenso motore V24 a due tempi, ottenuto accoppiando in linea due vecchi motori Detroit Diesel V12 attraverso un albero motore scanalato.
Come se la cilindrata complessiva non bastasse, ci hanno piazzato sopra la bellezza di 12 compressori volumetrici. Il risultato? Una potenza dichiarata che sfiora i 4.000 CV. Non è un refuso, sono proprio quattromila.
Sette anni di follia e un investimento da record
Mettere insieme un colosso stradale lungo quasi 14 metri e pesante qualcosa come 14.500 kg (32.000 libbre, per essere precisi) richiede una pianificazione che assomiglia più a un programma ingegneristico della NASA che al lavoro di un'officina.
Il suo creatore, Mike Harrah, ci ha perso il sonno per ben 7 anni di sviluppo, investendo una cifra dichiarata di circa 7 milioni di dollari. Un'enormità, d'accordo, ma che alla fine si è rivelata un affare quasi geniale.
Quando questo gigantesco custom truck da record è passato sotto il martelletto della casa d'aste Worldwide Auctioneers a Riyadh, in Arabia Saudita, ha scatenato una vera e propria guerra al rialzo, fermandosi alla cifra astronomica di 12 milioni di dollari.
Un risultato storico che lo ha incoronato ufficialmente come il camion più costoso al mondo. La cosa curiosa? Nonostante l'asta si sia svolta in Medio Oriente, il veicolo non ha mai abbandonato il suolo americano, rimanendo in Arizona, esattamente dove è nato.
L'ingegneria che sfida le leggi della fisica
C'è tanto da osservare su un mezzo del genere, ma è la meccanica a lasciare senza parole anche i più scettici. Mike Harrah ha preso due unità Detroit Diesel da 13,9 litri ciascuna – motori che in configurazione standard erogavano circa 475 cavalli – e li ha uniti sullo stesso asse.
La cubatura totale è salita così a 27,9 litri complessivi, abbinati a una trasmissione automatica Allison HT740 concepita per reggere una coppia devastante.
Per alimentare i cilindri, sopra la scanalatura centrale trovano spazio i dodici compressori volumetrici Detroit 6-71, affiancati da ben otto bombole di protossido d'azoto (NOS) alloggiate con cura millimetrica tra le bancate.
Una ricetta meccanica esagerata che permette a questa mole immensa di raggiungere una velocità massima di 210 km/h. Ora, prova a immaginare cosa significhi frenare quattordici tonnellate lanciate a quella andatura.
Per dare una mano all'impianto frenante tradizionale, dietro la cabina sono stati installati quattro paracadute da frenata da 3,6 metri ciascuno, una soluzione simile a quella vista su alcune dragster estreme da accelerazione.
E se ti chini a guardare il sottoscocca, lo spettacolo continua: è un tripudio di cromature, alluminio spazzolato e dettagli in acciaio inossidabile tirati a specchio.
Non è solo un pezzo da museo: rimorchia davvero
Sarebbe un errore grossolano pensare che il valore di Thor24 sia legato soltanto ai numeri della scheda tecnica o alla lucentezza delle sue parti meccaniche. C'è un lavoro artigianale immenso anche all'interno dell'abitacolo.
La cabina originale del Peterbilt è stata visibilmente allungata per fare spazio a una seconda fila di porte, e per quella anteriore del passeggero è stato scelto un sistema di apertura verticale in stile Lamborghini.
Salendo a bordo ti trovi di fronte a una plancia dominata da una costellazione di indicatori analogici: sono ben 24 manometri di controllo, mentre al centro della scena svetta una leva del cambio personalizzata che ricorda l'impugnatura di uno spadone medievale.
Il comparto multimediale, poi, fa sembrare antiquato qualsiasi moderno sistema di infotainment: l'abitacolo ospita sette schermi cinematografici integrati e un impianto audio capace di erogare 1.500 watt per canale.
Ma il vero punto di forza, quello che differenzia questo colosso da una semplice scultura da esposizione, è la sua reale funzionalità. Infatti conserva ancora tutta la frenatura e la ralla d'aggancio necessarie per trainare un rimorchio a pieno carico.
Questa totale assenza di compromessi tra estetica, follia e utilità concreta è l'unico vero motivo per cui un collezionista ha deciso di staccare un assegno a otto cifre per metterselo in garage. Oltre al fatto che sulla Terra esistano collezionisti che si possono permettere una simile stranezza, è evidente.
Foto di copertina: https://thor2471.com/
Giornalista dal ’97, nella sua carriera Emanuele si è occupato di motori a 360 gradi, svolgendo anche il ruolo di tecnico e pilota collaudatore per Maserati e Alfa Romeo. Di MotorBox è l’anziano, il riferimento per tutti e non solo mentre siede alla scrivania: se un collega sta poltrendo, se ne accorge anche mentre è impegnato in una prova in pista a centinaia di chilometri. Ama le auto ma adora le moto, e in fatto di tecnologia è sempre un passo avanti. Proprio come a tavola: quantità e qualità.





