Dalla pattumiera al business plan. Perché il riciclo rende il mondo un posto più pulito. E poi, perché il riciclo rende. Punto.
La notizia di oggi è che Toyota inaugura in Polonia la sua seconda Circular Factory, 25.000 metri quadri dedicati a smontare, rigenerare e rimettere in circolo circa 20.000 veicoli a fine vita ogni anno.
Un tempo, sarebbe stata roba da convegni sul riciclo. Oggi è business strategico, con tanto di piani industriali e proiezioni miliardarie.

E Toyota, che già nel 2025 aveva aperto la prima fabbrica circolare a Burnaston, nel Regno Unito, adesso accelera: batterie, ruote, rame, acciaio, alluminio, plastica… tutto torna utile, tutto torna in produzione.
Ma Toyota non è affatto un caso isolato. Il settore del riciclo batterie sta passando da nicchia eco-chic a industria pesante: secondo McKinsey, i ricavi globali della filiera passeranno da 2,5 miliardi di dollari a 70 miliardi l’anno entro il 2040. Una crescita che non si vedeva dai tempi in cui tutti volevano aprire una startup di food delivery.

BMW, per dire, smonta i suoi EV come fossero Lego Technic: ogni pezzo catalogato, ogni materiale recuperato, ogni cella di batteria spremuta fino all’ultimo ione. L’obiettivo è chiaro: ridurre la dipendenza da materie prime “vergini” e trasformare l’auto a fine vita in una miniera urbana.

Stellantis, dal canto suo, ha fatto della circolarità una business unit con tanto di target: 2 miliardi di euro di ricavi dal riciclo entro il 2030. L’Hub Sustainera di Mirafiori macina motori, cambi e materiali recuperati come se fosse un centro di raccolta differenziata. Ma col margine operativo di un’azienda tech.
Renault non sta a guardare: la Re‑Factory di Flins è già un laboratorio industriale dove rigenerare, riutilizzare e riciclare è routine quotidiana. Perché quando il mercato promette numeri del genere, la sostenibilità smette di essere un capitolo del bilancio e diventa ''il'' bilancio.

Morale: la circolarità non è più la foglia di fico verde da mettere nella brochure aziendale, ma un pezzo centrale della catena del valore. Meno estrazione, più recupero, filiere più corte e – soprattutto – un nuovo modo di fare industria.
Toyota lo chiama “abilitatore della neutralità carbonica”. Gli altri lo chiamano “opportunità”. In ogni caso, il cerchio si chiude. E i conti tornano.



