Nel mirino, e non in senso metaforico. Le Guardie della Rivoluzione Iraniane (IRGC) hanno compilato e diffuso l'elenco di una quindicina di colossi tecnologici americani ora considerati ''obiettivi legittimi''.
Tech companies tra le quali Apple, Google, Microsoft, Nvidia, Meta, Palantir e sì, anche Tesla.
La motivazione ufficiale: queste aziende fornirebbero intelligenza artificiale, tecnologie di comunicazione e supporto alle operazioni militari statunitensi nella regione.
Un'accusa pesante, accompagnata da una minaccia ancora più pesante: per ogni leader militare iraniano eliminato, ''un'azienda americana verrà distrutta''. Segue l'invito a evacuare immediatamente i dipendenti dalle sedi mediorientali, e i civili nel raggio di un chilometro a fare altrettanto.

Per la prima volta dall'inizio del conflitto, un marchio auto rischia quindi di subire danni non solo di tipo industriale e commerciale, ma anche fisico. Cioè di beccarsi un drone o un missile sul tetto di un centro logistico o un concessionario.
E Tesla, nei Paesi arabi, ha punti vendita e stazioni Supercharger in diverse località: da Dubai, Abu Dhabi e Sharjah negli Emirati, a location in Arabia Saudita e Qatar. Tutte a portata di tiro della balistica iraniana.
Il momento, per Elon Musk, non potrebbe essere più delicato: Tesla arranca nelle vendite globali, corteggia i petrodollari sauditi per rilanciarsi, e ora si ritrova citata in un comunicato di guerra.

La transizione energetica, si sa, non è mai stata una passeggiata. Ma nessuno aveva messo in preventivo anche uno sciame di shahed col timbro degli ayatollah.
Se le minacce dovessero concretizzarsi, le conseguenze andrebbero ben oltre i bilanci aziendali: vite civili a rischio, un'ulteriore escalation del conflitto e una risposta americana che, a quel punto, sarebbe difficile da contenere. Per ora sono parole. Parole che però, in quella parte di mondo, hanno la sgradevole abitudine di diventare fatti.
Fonte: PressTV



