La nuova CX-6e è il simbolo più evidente del momento che sta vivendo Mazda: 4,85 metri di SUV elettrico, design ricercato e tanta tecnologia. Ma sarebbe un errore leggere questa novità come un cambio di rotta netto. Ne abbiamo parlato con Martijn Ten Brink, CEO di Mazda Europe, per capire come il costruttore giapponese immagina il futuro dell’auto, in Europa e nel resto del mondo.

La presentazione della CX-6e arriva in una fase delicata per l’industria, tra transizione elettrica e segnali di apertura da parte della Commissione Europea verso soluzioni alternative al full electric. È davvero cambiato qualcosa?
«Onestamente non credo si possa parlare di un cambio di strategia o di una vera “porta aperta”. Stiamo tutti analizzando con attenzione quanto comunicato da Bruxelles, ma ciò che emerge è che dopo il 2035 una quota molto limitata – parliamo di circa il 10% – potrebbe essere ancora venduta con emissioni di CO₂, a condizioni molto precise. Tra queste, la necessità di compensare con la vendita di veicoli elettrici di piccole dimensioni, sotto i 4,20 metri, per generare i crediti necessari.
Per un costruttore globale come Mazda, però, non è possibile impostare una strategia industriale su un 10% del volume. Noi dobbiamo guardare all’80% del nostro business. Certo, l’idea di poter mantenere un mix anche oltre il 2035 è interessante, ma non ho percepito un vero cambio di paradigma nelle politiche europee. Forse ci sarà più flessibilità sulle tempistiche, forse qualche eccezione, ma non parlerei di una nuova direzione».
Fuori dall’Europa, però, lo scenario è molto più variegato. Come si inserisce qui la strategia Mazda?
«Ed è proprio qui che entra in gioco il nostro approccio multipiattaforma. Negli Stati Uniti abbiamo assistito a un vero e proprio cambio di rotta, il Canada segue una linea simile ma con alcune sfumature, mentre mercati come Australia e Regno Unito stanno adottando regolamentazioni comparabili. In Asia, invece, ogni Paese fa storia a sé.
A livello globale, guardando al 2035 e anche oltre, vedo un futuro fatto di un mix di powertrain. In Europa l’elettrificazione sarà predominante: stimiamo di arrivare intorno al 50-55% già nel 2030, per poi accelerare verso il 90% nel 2035. Non sarà semplice, ma sappiamo che quando le condizioni di mercato e l’accettazione dei clienti cambiano, la transizione può accelerare molto rapidamente. Su scala mondiale, però, continueremo a offrire tutte le soluzioni: motori a combustione, mild hybrid, full hybrid, plug-in hybrid e così via».

Parliamo di batterie: che direzione sta prendendo la tecnologia e cosa possiamo aspettarci da Mazda?
«Non sono un chimico, ma quello che vedo è un miglioramento continuo. Ogni mese c’è qualche ottimizzazione: peso, tempi di ricarica, efficienza, sostenibilità. Per noi, però, introdurre una nuova batteria non è immediato: ogni cambiamento richiede la riomologazione del veicolo. Procediamo quindi per gradi.
Nell'immediato non ci aspettiamo rivoluzioni sui modelli attuali, ma guardiamo con grande interesse a ciò che sta succedendo nei laboratori, dalle batterie al sodio a quelle allo stato solido.
C’è però un punto chiave: quando Mazda lancia un’auto, vuole che mantenga valore nel tempo. Prima di introdurre una tecnologia davvero nuova, dobbiamo testarla a fondo, simulare percorrenze lunghissime, essere certi della sua affidabilità. È un po’ come con un nuovo farmaco: prima di metterlo sul mercato, va provato in ogni condizione possibile».

Un ultimo messaggio per il pubblico italiano?
«Venire in Italia è sempre speciale. Viaggio molto per lavoro, incontro team e clienti in tanti Paesi, ma qui il design ha un peso emotivo unico. In altri mercati si parla soprattutto di piattaforme, di potenza di calcolo dell’infotainment, di numeri. In Italia, invece, si parla di emozioni, di stile, di filosofia del design.
Ed è qualcosa che amo profondamente, perché questo settore nasce dalla passione. Ho la sensazione che, per alcuni marchi, questa componente emotiva si stia un po’ perdendo. Per questo sono sempre felice di tornare qui, anche se a fine giornata mi fanno male i piedi… perché quando vengo in Italia, finisco sempre per vestirmi in modo un po’ diverso rispetto a quando sono al nord».





