Se vivi in Italia, probabilmente hai iniziato a fare l'abitudine ai nomi Omoda e Jaecoo, i brand con cui il colosso cinese Chery si sta facendo largo nel combattuto mercato europeo dei SUV.
La strategia di espansione di Pechino, però, non guarda solo a Occidente. L'ultima mossa di Chery punta dritto a uno dei mercati più blindati e nazionalisti del mondo: quello giapponese. E per farlo, ha deciso di giocare secondo le regole locali, lanciandosi nel segmento delle kei car.

L'alleanza asiatica e il brand Emta
La sfida non verrà affrontata in solitaria. Chery ha stretto un'alleanza con altre quattro aziende asiatiche per dare vita a un nuovo marchio di veicoli elettrici chiamato Emta.
Se andiamo a vedere la spartizione delle quote societarie, il costruttore cinese detiene il 27,27%, a pari merito con il gruppo industriale Jiangsu Yueda. Il resto delle quote è diviso tra specialisti del settore: i giapponesi di Autobacs Seven (colosso della ricambistica e degli accessori) e i cinesi di Gotion (batterie) hanno il 18,18% ciascuno, mentre la società ingegneristica giapponese Anest chiude la cordata con il 9,09%.
In questa scacchiera i compiti sono ben divisi: Gotion mette le batterie, Autobacs si occupa della rete di vendita sul territorio, Anest gestisce il controllo qualità e Chery fornisce la base tecnica e le piattaforme.
Com'è fatta la prima kei car elettrica
Il primo modello firmato Emta rispetta fedelmente i rigidi vincoli volumetrici imposti dalle normative sulle kei car. Parliamo di un piccolo veicolo da 3,4 metri di lunghezza, pensato esclusivamente per districarsi nel traffico congestionato delle metropoli nipponiche.
Il nome definitivo non è ancora stato comunicato, ma l'obiettivo commerciale è chiaro: andare a infastidire i mostri sacri locali come la Honda N-Box, la Nissan Sakura o la Suzuki Hustler.
I dettagli tecnici ufficiali rimangono sotto chiave, ma le indiscrezioni dicono che sottopelle ci sarà molta della tecnologia già vista sulla Chery QQ Ice Cream, una microcar venduta sul mercato interno cinese.
Se i rumors venissero confermati, ti ritroveresti davanti a un motore anteriore da circa 27 CV e un'autonomia nell'ordine dei 160 km. Poche pretese, insomma, ma tutto quello che serve per l'utilizzo puramente urbano a cui il mezzo è destinato.

Produzione e piani per il futuro
Inizialmente, la produzione avverrà in Cina nello stabilimento di Yueda (realtà che assembla già le Kia per il mercato locale e che in passato ha sfornato la complessa HiPhi X). Se i volumi dovessero dare ragione a Emta, però, i fondatori non escludono di spostare le linee di montaggio direttamente in Giappone.
La tabella di marcia è serrata: dopo la kei car, entro il 2029 sono previsti altri tre modelli, tra cui un'utilitaria, un piccolo crossover e una monovolume.
Al momento non ci sono indicazioni su un'eventuale esportazione del marchio fuori dai confini giapponesi; l'idea di Chery sembra quella di agire principalmente come partner tecnico e azionista di riferimento, lasciando la gestione operativa ai partner sul territorio.
Non è la prima volta che un grande costruttore cinese tenta l'assalto ai clienti giapponesi, storicamente legatissimi ai marchi di casa (le kei car rappresentano circa un terzo dell'intero mercato nazionale).
Lo scorso anno BYD aveva svelato la Racco, un'altra piccola elettrica che potrebbe arrivare anche in Europa, se le normative sulle piccole EV low-cost lo renderanno conveniente. Vedremo se la strategia di Chery e dei suoi alleati riuscirà a fare breccia in un tessuto commerciale così tradizionale.
Giornalista dal ’97, nella sua carriera Emanuele si è occupato di motori a 360 gradi, svolgendo anche il ruolo di tecnico e pilota collaudatore per Maserati e Alfa Romeo. Di MotorBox è l’anziano, il riferimento per tutti e non solo mentre siede alla scrivania: se un collega sta poltrendo, se ne accorge anche mentre è impegnato in una prova in pista a centinaia di chilometri. Ama le auto ma adora le moto, e in fatto di tecnologia è sempre un passo avanti. Proprio come a tavola: quantità e qualità.




