Autore:
Lorenzo Centenari

TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO Soia, prodotti chimici, aerei. E auto. Tra i 106 prodotti made in Usa ai quali la Cina ha intenzione di applicare dazi doganali addizionali in misura del 25% rientrano anche gli autoveicoli, ancora una volta ostaggio delle scaramucce tra superpotenze. Dopo l'entrata in vigore del nuovo protocollo sulle importazioni negli Stati Uniti di alluminio e acciaio, Pechino non ha tardato a preparare la controffensiva. Alimentando un'escalation di tensione dalla quale l'auto rischia suo malgrado di pagare colpe che non ha.

OCCHIO PER OCCHIO Secondo il ministro del Commercio cinese, la campagna ostile contro alcuni tra i beni dal maggior tasso di importazione dagli Stati Uniti colpirà l'industria americana per 50 miliardi di dollari. Esattamente il valore stimato per i dazi Usa contro i prodotti hi-tech del Dragone, appena annunciato dal Governo Trump. Nessuno può conoscere in anticipo gli effetti che lo scontro tra i due giganti economici mondiali avranno sul mercato auto, locale e globale. Il passato insegna tuttavia come qualsiasi iniziativa contraria al libero scambio, presto o tardi, sia stata abbandonata. Perché dannosa per ciascuna delle parti in causa.

NÈ VINCITORI, NÈ VINTI A pagare dazio (scusandoci per il gioco di parole) sarebbe in primis l'industria dell'auto Usa: la Cina importa annualmente circa 270.000 veicoli prodotti negli Stati Uniti, per un valore di 11 miliardi di dollari. Esportando negli States, al contrario, volumi sensibilmente più ridotti. Se le reciproche mosse protezionistiche venissero effettivamente messe in pratica (Pechino avrebbe addirittura minacciato di raddoppiare l'entità dei dazi, portandoli quindi al 50%), alcuni costruttori verrebbero colpiti più di altri. Vediamo quali.

TESLA La miracolosa compagnia di Elon Musk spedisce verso il mercato cinese 15.000 esemplari l'anno e genera nel Paese asiatico il 17% del proprio fatturato. A differenza di altri car makers statunitensi, Tesla al momento assembla in patria i suoi modelli dal primo all'ultimo bullone. Finché il nuovo stabilimento nella zona franca di Shanghai non entrerà (eventualmente) in funzione, ai fenomeni dell'auto elettrica i dazi darebbero parecchio da fare.

BMW E MERCEDES Sport utility di lusso assai gettonati tra i ceti alti cinesi, come Mercedes GLE e BMW X5, vengono costruiti proprio negli Stati Uniti, rispettivamente nei siti ormai storici di Spartanburg in South Carolina e di Tuscaloosa in Alabama. Per dare un'idea, degli 1,2 milioni di veicoli importati annualmente dalla Cina, circa 100.000 (quasi il 10%) viene montato sulle linee BMW di Spartanburg. In Germania si segue la disputa tra Usa e Cina con apprensione, consapevoli dei danni economici diretti che un'escalation delle ostilità comporterebbe.

FORD Biunivoche, infine, le preoccupazioni di Ford. L'Ovale Blu esporta infatti verso la Repubblica Popolare una quota significativa di modelli a marchio Lincoln (circa 80.000 pezzi l'anno), brand luxury molto apprezzato in Estremo Oriente. Allo stesso tempo, in agenda figura l'intenzione di produrre la Focus anche in una fabbrica cinese, strategia che permetterebbe a Ford di risparmiare qualcosa come 500 milioni di dollari. Ma se i dazi entrassero in vigore, la Focus potrebbe anche trovare casa in Michigan. A Dearborn stanno a guardare, nella speranza che president Trump e il suo collega Xi Jinping, alla fine, ritirino quanto paventato. L'esposizione di General Motors è invece più limitata: la maggioranza dei modelli venduti in Cina viene assemblata in loco


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