Sulle strade italiane, la mappa dei controlli elettronici della velocità è diventata sempre più fitta. Ma quanto? Con quali effetti? Come siamo messi rispetto agli altri Paesi europei?
A fare chiarezza su questo tema, da sempre al centro di discussioni accese tra automobilisti e amministrazioni pubbliche, arrivano i dati dell’Osservatorio autovelox in Italia realizzato da Coyote nel 2026.
Si tratta di un documento utile per analizzare con freddezza i numeri reali sulla diffusione delle postazioni, l'impatto economico sulle tasche dei conducenti e l'effettivo riscontro sulla sicurezza stradale.

Quanti sono davvero? La discrepanza nei conteggi
Il primo dato che salta all'occhio riguarda il numero complessivo dei dispositivi presenti sul territorio nazionale. Se ti affidi alle banche dati dei navigatori o ai rilevatori privati, la stima parla di ben 16.958 postazioni attive lungo la penisola.
Tuttavia, se vai a guardare i dati ufficiali della prima fase del censimento obbligatorio avviato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nel 2025, la cifra scende drasticamente a 3.625 apparecchi dichiarati dagli enti locali.
Di questi, appena un migliaio risulta immediatamente in regola con i nuovi requisiti tecnici di omologazione previsti dalla recente riforma ministeriale, nota anche come Decreto Salvini.
Perché questa enorme differenza? Il motivo è puramente metodologico. Gli osservatori privati censiscono tutti i punti di controllo effettivamente rilevabili dagli automobilisti, inclusi i box temporaneamente inattivi, vuoti o non ancora adeguati alle nuove normative ma che rimangono fisicamente presenti sul territorio e potenzialmente riattivabili.
Il Ministero, invece, prende in considerazione esclusivamente i dispositivi formalmente registrati e documentati presso la piattaforma nazionale.
Per completezza, la ripartizione dei quasi 17.000 rilevatori stimati sul territorio vede una netta prevalenza dei velox fissi, che sono 13.085, seguiti da 2.966 sistemi semaforici, 564 postazioni mobili, 282 Tutor e 61 Vergilius.
Questa densità colloca l'Italia tra i paesi europei con il maggior numero di controlli elettronici della velocità. A livello regionale, se abiti in Veneto o in Lombardia ti trovi nelle aree con il numero più alto di allerte, rispettivamente con 2.353 e 2.305 autovelox fissi installati al 31 dicembre 2024.

Un giro d'affari da 1,7 miliardi di euro
L'altro aspetto inevitabile quando si affronta il tema dei controlli della velocità è quello economico. Nel 2024, le sanzioni per le violazioni del Codice della Strada hanno fruttato agli enti locali italiani la cifra complessiva di circa 1,70 miliardi di euro, segnando un incremento del 10% rispetto all'anno precedente.
I dati estratti dal sistema SIOPE del Ministero dell'Economia evidenziano però una profonda disomogeneità geografica: la quota prevalente degli incassi, pari a circa l'84% del totale nazionale, si concentra nelle regioni del Centro-Nord.
Se analizziamo i singoli comuni, la classifica vede Milano in cima con entrate stimate tra i 204 e i 205 milioni di euro, seguita da Roma con una forbice tra i 145 e i 169 milioni.
Più staccate, ma comunque significative, troviamo Firenze con oltre 61 milioni, Torino che oscilla tra i 45 e i 61 milioni, e infine Napoli con circa 42-43 milioni di euro. Questi numeri spiegano da soli perché il dibattito sull'uso dei velox come strumento di prevenzione o come semplice risorsa per far quadrare i bilanci comunali rimanga sempre caldissimo.
Sicurezza: la mortalità stradale rimane costante
Ma tutta questa rete di monitoraggio si traduce in una reale riduzione degli incidenti gravi? I dati storici dicono di no, o almeno non in modo strutturale.
Escludendo la forte riduzione registrata nel 2020 con 2.395 vittime, un dato eccezionale dovuto interamente ai blocchi della mobilità durante la pandemia, la mortalità sulle strade italiane si è stabilizzata su livelli costanti e purtroppo elevati.
Nel 2019 i decessi erano stati 3.173, mentre nel 2024 si sono attestati a quota 3.030, confermando l'assenza di un cambiamento strutturale del fenomeno negli anni successivi al periodo pandemico.
Siamo ancora molto lontani dagli obiettivi imposti dalla Strategia Europea per la Sicurezza Stradale 2021-2030, che prevede il dimezzamento delle vittime entro il 2030 rispetto al 2019, come tappa intermedia verso il traguardo Vision Zero fissato al 2050.
Per l'Italia significerebbe scendere a circa 1.586 vittime annue, un obiettivo distante se si considera che la media nazionale si attesta intorno ai 51 decessi per milione di abitanti, contro i valori inferiori ai 25 registrati dai paesi più virtuosi del Nord Europa.

L'eccezione delle autostrade e l'arrivo delle nuove tecnologie
C'è però un'eccezione parziale che merita di essere analizzata con attenzione, ed è quella della rete autostradale. Se metti a confronto i dati del 2024 con quelli del 2023, noti un incremento delle vittime in autostrada pari al 4,4%, a fronte di un calo registrato sulle strade urbane ed extraurbane.
Ma se allarghi l'orizzonte e fai il paragone con il 2019, scopri che il comparto autostradale mostra una riduzione significativa della mortalità pari al 33,4%. Questo trend positivo sul lungo periodo conferma l'effetto progressivo dei sistemi di monitoraggio elettronico sulle lunghe percorrenze.
Sulle tratte controllate dai sistemi Tutor, ad esempio, si stima una riduzione della velocità di picco del 25%, della velocità media del 15% e del tasso di mortalità del 56%. Merito anche dell'evoluzione tecnologica, come i portali Tutor 3.0, che sfruttano radar ad alta precisione e il riconoscimento targhe OCR connesso direttamente con i database della Polizia di Stato.
Inoltre, i sistemi di controllo si stanno evolvendo per andare oltre il semplice rilevamento della velocità pura. Sulle tratte autostradali delle direttrici A1, A14, A9, A11 e A27 è in fase di implementazione la piattaforma Navigard.
Questo sistema è progettato per identificare comportamenti di guida anomali o pericolosi, come frenate ingiustificate, cambi di corsia azzardati, rallentamenti improvvisi e distrazioni al volante. Si tratta di un approccio necessario, se consideri che tali condotte rappresentano tra il 60% e l'80% delle principali cause di decesso su strada.
L'impatto di questo fenomeno non è solo sociale e sanitario, ma anche economico: nel 2024 il costo complessivo dell'incidentalità stradale in Italia è stato stimato in circa 22,6 miliardi di euro, una cifra pesante che equivale a circa l'1% del PIL nazionale.
Foto: Denny Müller su Unsplash e Alexander Grey su Unsplash
Giornalista dal ’97, nella sua carriera Emanuele si è occupato di motori a 360 gradi, svolgendo anche il ruolo di tecnico e pilota collaudatore per Maserati e Alfa Romeo. Di MotorBox è l’anziano, il riferimento per tutti e non solo mentre siede alla scrivania: se un collega sta poltrendo, se ne accorge anche mentre è impegnato in una prova in pista a centinaia di chilometri. Ama le auto ma adora le moto, e in fatto di tecnologia è sempre un passo avanti. Proprio come a tavola: quantità e qualità.



