BYD domina le classifiche globali dell’elettrico, ma in Brasile ha appena conquistato un primato molto meno lusinghiero: l’ingresso nella famigerata “lista sporca”, il registro ufficiale delle aziende coinvolte in pratiche lavorative inaccettabili.
Secondo varie fonti internazionali, il problema non riguarda la produzione delle sue auto, bensì la costruzione dello stabilimento di Camaçari, dove 163 operai cinesi – reclutati dal contractor Jinjiang Group – avrebbero vissuto condizioni da romanzo ottocentesco: case sovraffollate, un solo bagno per decine di persone, niente materassi, passaporti requisiti e parte del salario spedita direttamente in Cina. In più, per iniziare a lavorare serviva un “deposito” di circa 900 dollari, restituito solo dopo sei mesi.

BYD sostiene di non essere stata al corrente degli abusi, ma le autorità brasiliane non accettano la linea del “non sapevamo”: se la fabbrica porta il tuo nome, la responsabilità è tua. Risultato: inserimento ufficiale nel registro, con tanto di limitazioni all’accesso ai finanziamenti pubblici.
La produzione del sito – da cui escono modelli come la Dolphin Mini – non si ferma, e BYD resta comunque il gigante da battere nel mercato sudamericano. Ma laggiù (e non solo) l’operazione immagine, quella sì, ora richiede ben più di un facelift.

Fonte: CarScoops
Infaticabile mulo da tastiera, Lorenzo mette al servizio della redazione la sua esperienza nel giornalismo “analogico” (anni di gavetta nei quotidiani locali) e soprattutto la sua visione romantica dell’automobile, mezzo meccanico ma soprattutto strumento di libertà e conquista straordinaria dell’umanità. Il suo forte accento parmigiano è oggetto di affettuosa derisione ogni volta che apre bocca (e anche per questo preferisce scrivere piuttosto che apparire in video). Penna di rara eleganza, ama le coupé, un po’ meno i Suv coupé. Ogni volta che sale a Milano, si perde.




