Autore:
Luca Cereda

HA STILE Passi e ti guardano, anzi, la guardano. Manco guidassi una cabrio o una sportiva fiammante. E a quel punto ti rendi conto che i numeri, quelli del mercato, in fondo non mentono: i mini-suv sono le auto del momento, oggetto del desiderio (realizzabile) degli automobilisti e terreno di sfida aperta tra le Case. Con l’asticella dello stile che va alzandosi grazie soprattutto alle ultime new entry, tra cui la Renault Captur.

PECCATO IL COLORE Missione compiuta per Laurens Van Den Acker, capo designer della Régie: la Captur è un’auto che si fa notare, come la Juke. Meno estrosa nelle forme, forse, ma certamente non convenzionale. La ricetta mixa sapientemente alcuni degli ingredienti che vanno per la maggiore: un’altezza da terra generosa (20 cm), carrozzeria muscolare e bicolore, dimensioni compatte e lo sguardo della nuova Clio. Alla lista aggiungerei volentieri il colore della carrozzeria, se Renault avesse pescato meglio dalla sua tavolozza tutt’altro che banale. Ma stavolta l’esemplare toccatomi in prova era semplicemente nero col tetto bianco, un accostamento abbastanza morigerato, oltre che grave oltraggio alla mia fede calcistica.

TAGLIA S Salgo sulla Captur fresco di un day-by-day con Clio Sporter (stessa base, ma concetto  di auto agli antipodi) e mi rendo conto in poco tempo che parte dei punti guadagnati in sex-appeal li ho persi in praticità. Lo spazio all’interno (soprattutto dietro) non abbonda, anche se non è certo dei più esigui tra i mini-suv, considerate le dimensioni davvero ipercompatte della Captur, lunga solo 412 cm. Che dalla sua ha anche un divanetto posteriore capace di scorrere di 16 cm, per ampliare così la volumetria del bagagliaio fino a 455 litri in configurazione a cinque posti.

SI GUARDA E SI GUIDA Abituato alla Sporter, su cui le terga sono abbastanza rasoterra, sulla suvvina cambio totalmente prospettiva: si guida alti e con una panoramica sulla strada da torre di controllo, con il volante che ti viene incontro (anche troppo). Ci metto poco, comunque, a prendere le misure. E scopro di giorno in giorno che la Captur è anche un’auto discretamente piacevole da guidare, capace di tenere a bada il rollio nonostante l’altezza da terra notevole abbinata a ingombri molto corti, e di pennellare le curve con precisione (lo sterzo non è un fulmine nelle risposte, ma è affidabile). Solo nel misto più stretto e veloce le traiettorie si sporcano, con il posteriore che tende a trascinarsi un po’.

TCe BRIOSO Le curve più fitte mettono in mostra anche i limiti del cambio robotizzato a doppia frizione EDC, non così veloce nell’assecondare i pruriti del piede destro quando si guida di fretta e si necessitano cambiate rapide; un peccato, considerando invece la brillantezza del suo sparring partner, il 1.2 TCe da 120 cv, pronto nell’offrire spinta anche ai bassi e capace di diluirla sulla distanza, senza perdere fiato troppo presto.

L'ALTRO EDC Ma come si suol dire, il tempo è galantuomo, e con il proseguo della prova scopro il lato migliore del cambio EDC. Che su strade meno stressanti si rivela molto più incline ad assecondare i miei pensieri e soprattutto molto discreto, puntuale e al tempo stesso morbido nei cambi di marcia. Anche quando c’è da sprintare per un sorpasso in autostrada. E alla fine del viaggio guardo il computer di bordo con sollievo: 6,6 litri ogni 100 km sono un consumo accettabile per godersi il brio del TCe 120 cv e la comodità del cambio automatico. Il diesel andrà certamente per la maggiore, ma chi miete chilometri non si faccia spaventare troppo dal piccolo turbobenzina.  


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