Pubblicato il 28/11/20

NUOVO APPUNTAMENTO L'introduzione del GP Arabia Saudita nel calendario del Mondiale di F1 a partire dal prossimo anno ha fatto molto scalpore. La notizia è arrivata nel corso di una stagione in cui il Circus si è schierato mai come prima a favore dei diritti umani, in particolare nella battaglia per l'uguaglianza tra persone e contro il razzismo. Proprio per questo, la decisione di concedere una gara a una nazione che sicuramente non brilla in questo aspetto è apparsa subito criticatibile. L'organizzazione Amnesty International ha messo in guardia la F1, spiegando come questa iniziativa rientri in una strategia globale con cui la nazione araba vuole ''lavare'' la propria immagine sfruttando grandi eventi sportivi.

FARSI CONOSCERE La replica a questa accusa è arrivata tramite il principe Khalid Bin Sultan Al Faisal, presidente della Federazione degli sport motoristici dell'Arabia Saudita: ''Non li biasimo, quando non conosci un paese e quando hai una certa immagine di un paese... ricordo me stesso, quando i miei genitori mi dicevano che saremmo andati negli Stati Uniti - soprattutto New York - ero spaventato. Pensavo che mentre camminavo per strada qualcuno mi avrebbe sparato, perché non ero mai stato lì. Quindi so perché non ne sono entusiasti, a causa di molti problemi con i diritti umani e perché non sono mai stati in Arabia Saudita. Ecco perché, ora che ci stiamo aprendo, le persone che verranno in Arabia Saudita vedranno il paese e poi tornando indietro diranno ciò che hanno visto e questo forse farà cambiare idea alle persone''.

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NAZIONE APERTA Negli ultimi anni l'Arabia Saudita ha ospitato diversi eventi sportivi internazionali, con riguardo particolare al motorsport. Prima della F1, infatti, nella nazione sono sbarcati la Formula E e la Dakar. Al Faisal ha aggiunto: ''Uno dei problemi e il motivo per cui avevamo questa cattiva immagine è perché eravamo chiusi, il nostro paese era chiuso. Quindi, aprendo il nostro paese, vorremmo che le persone venissero a vedere chi siamo veramente. Non abbiamo niente da nascondere. Se volessimo lavare la nostra immagine o qualcosa del genere, chiuderemmo il nostro paese, perché non permetteremo di venire a vedere e incontrare la nostra gente''.


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