GUIDA AUTONOMA KILLER Ricordate l'episodio della Volvo XC90 che colpisce una signora con la bicicletta a mano mentre attraversa la carreggiata, e che nell'impatto muore, turbando l'opinione pubblica e portando all'attenzione delle cronache il fenomeno dei robotaxi Uber (e non solo Uber) e relativa sicurezza per gli utenti della strada? Bene, a quanto pare la tragedia era nell'aria, dal momento che un rapporto della NTSB (National Transportation Safety Board) rivela ora come i self driving prototypes del gigante del trasporto privato si erano in precedenza resi responsabili già di altri 37 incidenti. Nei 18 mesi antecedenti al fatto, da settembre 2016 a marzo 2018, 37 sinistri dei quali 33 che vedono un veicolo di Uber coinvolgere almeno un'altra vettura.

SE CI SCAPPA IL MORTO Per convincere la compagnia a sospendere il programma di test servì la prima vittima, tuttavia lo scandalo avrebbe potuto essere evitato se solo i laboratori Uber avessero individuato in anticipo il difetto del software di autonomous driving che affliggeva l'esemplare di Volvo XC90 protagonista del fatale crash di Tempe, in Arizona. Eh già, perché la NTSB avrebbe accertato anche come all'origine dell'inconveniente, favorito anche dalla distrazione del tester a bordo, fosse proprio una falla del programma stesso di self driving.

LA DURA LEGGE DELLA STRADA Il difetto sarebbe stato nel frattempo riparato: successive dimostrazioni dimostrerebbero come il nuovo software sarebbe stato in grado di intercettare il pedone a 88 metri di distanza, e di attivare l'impianto frenante 4 secondi prima del potenziale impatto. Dopo la momentenea sospensione del progetto di self driving car, i test su strada dei robotaxi Uber sono ripresi in Pennsylvania sotto nuove regole di ingaggio. L'inquietudine verso una forma di mobilità ancora del tutto sperimentale non si è tuttavia mitigata. Autorevoli rapporti e sondaggi tra la gente comune parlano chiaro: la guida autonoma è una conquista a lungo termine, troppi i fattori in gioco, non illudiamoci.


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