VITTIMA O CARNEFICE? Sembra che non ne combini una giusta, Uber. Un giorno, è alle prese con la Giustizia. L'altro, pure. In realtà, il business funziona e le prassi virtuose sono assai maggiori che non gli "epic fail". Ma quando una compagnia raggiunge dimensioni tanto estese, e in così breve tempo, fino a diventare un fenomeno di costume, l'opinione pubblica si sensibilizza. E qualsiasi episodio dubbio si trasforma in scandalo. Stavolta, peraltro, almeno inizialmente Uber prende parte alla vicenda in qualità di vittima. Per poi tirarsi la zappa sui piedi, e passare dalla parte del torto.

RAPIMENTO E RISCATTO Le cose sono andate pressapoco così. Nel 2016, un attacco hacker prese di mira i server Uber e sottrasse alla società qualcosa come 57 milioni di profili utente, tra clienti e autisti privati. Una valanga di dati tra i quali indirizzi e-mail, numeri di targa, numeri di telefono. Succede, sempre più spesso. Ma anziché informare la propria platea dell'accaduto, la società ha preferito tenere segreto l'episodio. E versare ai cyber criminali un riscatto di 100.000 euro affinché le informazioni rubate dai pirati informatici venissero distrutte. E il caso, taciuto.

AVVISO DI GARANZIA Oltre al danno, la beffa: ora il procuratore generale dello Stato della Pennsylvania, tale Josh Shapiro, ha aperto un procedimento nei confronti di Uber stessa. Il reato, quello appunto di non aver reso pubblico il cyber attacco, se non trascorsi oltre 12 mesi dall'episodio. E di aver quindi violato numerose leggi sulla tutela dei consumatori, incluso il delicatissimo Personal Information Act sulla privacy dei cittadini americani. E perché la denuncia giunge dalla Pennsylvania? Sembra che proprio lì viva una quota significativa degli utenti Uber hackerati.

CRIMINAL MINDS Quella della pirateria digitale è ormai una piaga dilagante, un virus che colpisce trasversalmente ogni settore merceologico e che con l'avvento dell'auto a guida autonoma, oltre che della connettività forzosa tra i veicoli e le infrastrutture, siamo certi non passerà affatto di moda, anzi. La notizia che Uber, in seguito ad attacco cibernetico, addirittura sieda sul banco degli imputati, la dice lunga in ogni caso su come la magistratura Usa già approcci il tema in modo serio e bilaterale. Il danno all'azienda è un dato di fatto. Ma la tutela dei consumatori viene ancora prima. E un'azienda, verso i suoi clienti, ha precise responsabilità.


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