Autore:
Lorenzo Centenari

DIETROFRONT Seduto al pc, oppure smartphone alla mano, Elon Musk è un utente dal grilletto facile. Adora spararne una più grossa dell'altra, e sebbene spesso tenga fede alle promesse, stavolta ha dovuto ammettere la propria imprudenza. Tesla è e rimarrà una società quotata in Borsa, niente privatizzazione. Dopo due settimane di agitazione, arriva dunque la smentita che rassicura azionisti e mercati.

LE RAGIONI A suggerire a Musk la marcia indietro, le preoccupazioni dei maggiori soci Tesla, convinti delle maggiori opportunità di una public company rispetto a quelle generate da un'azienda privata. "Il delisting priverebbe i grandi investitori istituzionali della chance di acquistare quote significative del nostro capitale", ha anche motivato il fondatore della firm californiana, citando implicitamente il fondo sovrano dell'Arabia Saudita, tra i principali shareholders.

L'INDAGINE SEC Benché il Ceo resti convinto che i fondi per trasformare Tesla in una società privata esistano (in un tweet del 7 agosto scorso, Musk aveva ipotizzato un piano di privatizzazione a 420 dollari per azione), da uno studio di fattibilità sarebbe insomma emerso come l'operazione comporterebbe un dispendio di tempo e di energie superiore alle proiezioni iniziali. Senza contare che la SEC (Securities and Exchange Commission) non aveva visto di buon occhio la fuga in avanti dell'imprenditore, e già aveva aperto un fascicolo sulla vicenda.

GRANA MODEL 3 Tesla resta dunque quotata a Wall Street (indice Nasdaq), piazza dove peraltro il brand di Palo Alto spicca come il marchio automobilistico dalla maggior capitalizzazione in assoluto. Dalla sfera finanziaria, il focus torna ora sul lato produttivo: Musk promette massima concentrazione sulla industrializzazione della Model 3 e sullo sviluppo della gamma Tesla del futuro. Che è già una bella sfida.


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