Autore:
Marco Congiu
Pubblicato il 04/05/2018 ore 10:02

A GIUDIZIO L'onda lunga del Dieselgate non si è ancora spenta. A due anni e mezzo dallo scandalo emissioni che ha travolto il Gruppo Volkswagen, negli Stati Uniti d'America si è arrivati ad un fatto clamoroso: la messa in stato d'accusa di Martin Winterkorn, CEO della multinazionale di Wolsfburg dal 2007 al 2015.

COS'È SUCCESSO Nel settembre 2015 era emerso come un software con opportune modifiche – il celeberrimo defeat device – fosse in grado di manipolare le emissioni delle auto Diesel del Gruppo Volkswagen, comprese anche Porsche e Audi, riconoscendo quando l'auto fosse sottoposta ad un ciclo di omologazione o a condizioni di guida normale, abbattendo nel primo caso i famosi NoX facendoli rientrare nei livelli previsti dalla legge.

LE CONSEGUENZE Una volta emerso il tutto, il Gruppo Volkswagen è finito nell'occhio del ciclone a livello planetario. In tutto il mondo sono state ben 11 milioni le Volkswagen richiamate, mentre l'azienda ha dovuto contabilizzare oneri e costi per un totale superiore ai 25 miliardi di dollari.

LA PRIMA VOLTA Winterkorn è il primo top manager straniero ad essere incriminato negli USA. L'ex CEO rischia una condanna fino a 20 anni di carcere, ma come cittadino tedesco può godere di alcuni benefici delle normative internazionali, su tutte quella di potersi non presentare al dibattimento. Quando finirono sotto accusa Toyota e General Motors, nessuno del top management venne incriminato direttamente.  


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