Pubblicato il 13/05/20

MUSK LASCIA LA CALIFORNIA? Il settore dell'Automotive è stato tra i più duramente colpiti dall'emergenza Coronavirus. L'obbligo di chiusura degli impianti produttivi, dopo l'Europa, ha rapidamente raggiunto anche gli Stati Uniti, e - com'era prevedibile - questo ha scontentato non pochi produttori. Tra questi il più agguerrito è Elon Musk, che in un primo momento minacciò di spostare la produzione fuori dalla California qualora le autorità locali non accettassero di lasciargli riavviare la produzione. L'11 maggio, incurante del divieto ancora in corso, gli ingranaggi della fabbrica hanno ripreso a cigolare. '' Se qualcuno verrà arrestato per questo, chiedo di essere solo io'' recitava il tweet di Musk. Oggi la saga continua, con Musk che accusa la contea di Alameda di ''fascismo e incostituzionalità'' in risposta a una nuova lettera che lo invita a interrompere la produzione di veicoli. Non è più solo, comunque, nella sua battaglia: l'appoggio, via Twitter, gli arriva dal presidente Donald Trump in persona. 

O RIAPRIAMO O CE NE ANDIAMO Ormai, si sa, le guerre si iniziano sui social. Per annunciare la sua Elon Musk ha scelto Twitter: ''Sposteremo la sede in Texas o in Nevada''. Così recitava il cinguettio inviperito del numero uno di Tesla. L'interlocutore di Musk, la contea di Alameda, è colpevole di voler obbligare Tesla a rispettare le misure di blocco fino alla fine di maggio, valide per tutte quelle aziende produttrici di beni non essenziali. Decisione che si pone in controtendenza con quanto affermato dal governatore di California, che aveva ventilato una possibile riapertura nei prossimi giorni. 

BASTA ESSERE ATTENTI A infastidire in modo particolare il numero uno di Tesla è stato il fatto di essere stato completamente ignorato da chi in California è stato chiamato a gestire l'emergenza Covid-19. Se avessero risposto a una delle sue telefonate, o e-mail, infatti, avrebbe avuto modo di spiegare che la sua volontà di riaprire sarebbe stata accompagnata da un piano di sicurezza molto ben strutturato. Tra le contromisure messe in campo per la prevenzione Musk avrebbe previsto la misurazione della temperatura all'ingresso dello stabilimento, accurate divisioni delle aree di lavoro e obbligo di indossare dispositivi di protezione individuale. Oltre a una rigorosa e quotidiana disinfezione degli spazi e all'avvio di corsi di formazione online per il personale.  

QUANTO CI VORREBBE A SPOSTARE TUTTO? La posizione di Elon Musk era abbastanza prevedibile. Che la pandemia fosse cosa da poco conto per lui, in fondo, già si sapeva. Lo scorso marzo, infatti, il patron di Tesla e della compagnia spaziale SpaceX aveva twittato che ''Il panico del coronavirus è stupido'', aggiungendo che il tasso di mortalità del virus sarebbe stato ''fortemente sopravvalutato''. Ma a parte le opinioni personali, realisticamente, sarebbe possibile per Tesla mettere le ruote a un intero impianto produttivo - quello di Fremont - che solo lo scorso anno ha costruito quasi mezzo milione di veicoli? Non lo sappiamo, quello che è certo è che il CEO di Tesla non è tipo da farsi intimorire da imprese improbabili, tanto che un piano di trasloco in quindici mesi sia già in fase di studio, si dice. 

IO APRO, ARRESTATEMI PURE Non è passato neanche un giorno, e già si sta intensificando la guerra tra Musk e i funzionari della contea di Alameda. La fabbrica di Tesla, che secondo le disposizioni delle autorità locali dovrebbe restare chiusa fino a fine maggio, ha riaperto i battenti, dopo che già era rimasta aperta molto tempo dopo la chiusura di ogni altra attività non essenziale all'inizio dell'emergenza sanitaria. Come al solito, l'annuncio della riapertura arriva da Twitter: “Tesla riprende la produzione, contro le regole della contea di Alameda. Sarò in linea con tutti gli altri. Se qualcuno sarà arrestato per questo, chiedo di essere solo io ”.  

DOVE STA LA RAGIONE Per quanto in molti vedano nell'atteggiamento di Musk il perfetto americano, si potrebbe trattare di un malinteso. Il CEO di Tesla sostiene, infatti, che i funzionari di Alameda stiano contravvenendo alle disposizioni della California, che aveva accennato a una riapertura delle attività produttive. Per questo motivo, nel fine settimana, il numero uno di Tesla è arrivato a depositare una causa verso la Contea. In realtà non è proprio così semplice: il Governatore della California, infatti, ha dichiarato sì che alcune attività commerciali potrebbero riprendere le operazioni, ma qualora le autorità locali lo considerassero sicuro. 

E ORA CHE SUCCEDE? Per il momento ancora non è chiaro che piega prenderà la battaglia intrapresa da Elon Musk. Dalla sua parte sembra che ci sia il sindaco di Fremont, Lily Mei, preoccupata per le ripercussioni economiche che avrebbe la chiusura prolungata di impiani produttivi come Tesla (e non solo). Per entrambi sarebbe molto meglio fornire dei protocolli per riaprire in sicurezza, invece di tenere chiuso a tempo indeterminato.

LA LETTERA DALLA CONTEA Secondo quanto riportato oggi dal San Francisco Chronicle, direttore dell'Agenzia dei servizi sanitari della contea di Alameda avrebbe inviato una lettera al vice presidente di Tesla per l'ambiente, la salute e la sicurezza, Laurie Shelby. Nella missiva Colleen Chawla avrebbe intimato alla compagnia di cessare la produzione di veicoli. La reazione di Musk, come sempre non si è fatta attendere e il CEO di Tesla ha celto Twitter per esprimere il suo disappunto, definendo -senza mezzi termini- i suoi interlocutori ''fascisti'' e incostituzionali.

C'È ALTRO DIETRO? Nel frattempo, ai cronisti del New York Times il supervisore della contea di Alameda, Scott Haggerty ha riferito di essere al lavoro con Tesla già da un po' per studiare un piano per tornare a far funzionare l'impianto in sicurezza il prima possibile. Nella stessa occasione il supervisore ha riferito anche del buon lavoro svolto da Tesla, che lo avrebbe convinto a consentire una riapertura legale entro il 18 maggio. Ciononostante, Musk non sembra aver apprezzato l'intervista nella sua complessità, arrivando ad affermare in un cinguettio che stando alla sua interpretazione Haggerty avrebbe ammesso al NYT di aver chiesto ai suoi di rallentare Tesla per ragioni che ''non avevano nulla a che fare con la salute''. Dove sta la verità? Forse ce lo dirà il tempo. 

L'OK DI TRUMP Se da un lato la California sembra voler mettere i bastoni tra le ruote al CEO di Tesla, qualcuno ai piani alti appoggia la sua causa, come dimostra lo scambio di Tweet riportato qui sopra. L'appoggio alla riaprtura dello stabilimento statunitense di Tesla arriva direttamente dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che invita la California a lasciargli riaprire l'impianto produttivo. Il motivo? come Musk, anche il Presidente è convinto che una riaprtura si possa mettere in atto rapidamente e in sicurezza.

COME ANDRÀ A FINIRE? L'ipotesi che Elon Musk rischi davvero il carcere si fa sempre più remota. Persino il comunicato stampa rilasciato dalla Contea di Alameda insieme alla lettera di oggi sembra smorzare un po' i toni, accordando a Tesla il diritto di riapertura a patto di ''mantenere solo le operazioni di base minime'', almeno fino a quando non si avrà a disposizione un piano approvato e conforme con le indicazioni della sanità pubblica locale. Come finirà? Un'aspetto, se confermato, non deporre certo a favore del nostro facinoroso imprenditore: il fatto che giri voce che Tesla fosse già di nuovo in attività prima che fosse intentata la causa. In suo favore, però, i dipendenti tornati al lavoro lunedì hanno testimoniato che, come annunciato da Musk, la compagnia ha effettivamente distribuito mascherine e ha installato delle postazioni in plexiglass e delle tende che pendono dal soffitto come barriere per mantenere i lavoratori separati gli uni dagli altri. Anche la promessa di misurare la temperatura dei dipendenti tramite scanner termici all'ingresso dello stabilimento è stata mantenuta. 


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