Una vittoria a metà e l'auto, per ora, appartiene all'altrà metà.
La Corte Suprema USA ha appena detto a Donald Trump: ''Non puoi nasconderti dietro una legge del '77 per imporre dazi unilaterali''.
Sei voti contro tre, 175 miliardi di dollari di tariffe finora incassate da restituire alle aziende (forse), Borse euforiche, etc. Sembra la classica sconfitta del tycoon che fa felice mezzo mondo.

Peccato che, per chi vive di motori, la musica sia un po' diversa.
Perché i giudici hanno bocciato i dazi “globali” (quelli ''reciproci'' e via dicendo), ma non hanno toccato quelli su auto, acciaio e alluminio. Quelli restano lì, belli saldi, protetti da un'altra legge (il Trade Expansion Act, roba da sicurezza nazionale).
Tradotto per BMW, Mercedes e Audi: stappare lo Spätburgunder è prematuro. I suvvoni di lusso continuano a pagare il dazio all'ingresso negli USA e i piani industriali per aggirare le tariffe (tipo produrre in Messico per evitare le tasse) restano in piedi.

Certo, la cancellazione del restante 75% dei dazi è una boccata d'ossigeno per l'export di componenti e per mille altri settori. Ma per le quattro ruote, l'incubo non è finito.
Senza contare che Trump ha già minacciato un ''piano B'' per ripristinare tutto con altre leggi.
Morale? I tedeschi tengono i sensori di parcheggio accesi e la guerra commerciale continua.



