Pubblicato il 18/08/20

QUASI UN SECOLO Nato nel 1923, Cesare Romiti aveva compiuto 97 anni lo scorso 24 giugno. Malato da tempo si è spento la notte scorsa, e con lui muore una delle figure più significative - nel bene e nel male - della storia dell’industria automobilistica italiana. Protagonista di una stagione che, negli anni Ottanta e Novanta, coincide per molti aspetti con l’industria di tutto lo Stivale.

ORIGINI UMILI Come tutte le storie di successo, anche quella di Cesare Romiti parte da origini umili, lontane dal potere che riuscirà a raggiungere nel corso della sua carriera. Secondo di tre fratelli, il padre è un impiegato delle Poste morto giovane, all’età di 47 anni. Cesare, come tutti in casa, deve darsi da fare e andare a lavorare, ma questo non gli impedisce di diplomarsi in ragioneria e laurearsi in economia, a Roma, studiando di sera.

Cesare Romiti: con Giuliano Amato e Gianni Agnelli

L’AMICIZIA CON CUCCIA Nel 1947 viene assunto al Gruppo Bombrini Parodi Delfino, azienda di Colleferro specializzata in produzioni militari di grande importanza strategica in quegli anni, che la rendono la palestra perfetta per la costruzione di una classe dirigente attenta alle logiche aziendali e di mercato, ma anche agli equilibri di potere che inevitabilmente si portano appresso. Nel corso degli anni Romiti diventa direttore finanziario, lavorando a fianco di Mario Schimberni, che diverrà poi presidente di Montedison. Nel 1968 Romiti diviene direttore generale del gruppo, che nel frattempo si è fuso con Snia Viscosa, iniziando un rapporto personale di fiducia con Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca. Una relazione che segnerà tutto il futuro di Romiti.

DA ALITALIA A FIAT Nel 1970 diventa direttore generale e successivamente amministratore delegato di Alitalia. Nel 1973 lavora in Italstat, società finanziaria del gruppo IRI, impegnata nella progettazione e costruzione di grandi infrastrutture. L’anno successivo, nel pieno della crisi petrolifera che colpisce l’intero settore dell’automobile (il che, in Italia, significa principalmente Fiat), su suggerimento di Cuccia Gianni Agnelli lo assume per rimettere in ordine i conti dell’azienda. Condivide l’incarico con Umberto Agnelli e Carlo De Benedetti. Tra i due manager i rapporti non sono semplici, complici anche le rispettive (forti) personalità: dopo soli cento giorni De Benedetti lascia il “triumvirato”, cedendo le sue azioni e aprendo una ferita con la famiglia Agnelli che non verrà mai più sanata. Nel frattempo, Romiti rimane al suo posto e nel 1976 diventa amministratore delegato di Fiat.

Cesare Romiti insieme a Gianni Agnelli

L’ACCORDO CON LA LIBIA Da lì in poi, per Romiti è un’ascesa senza precedenti nella storia dell’imprenditoria itlaiana. Una delle sue prime azioni è far entrare in Fiat Lafico, la finanziaria libica del governo di Gheddafi. Un’operazione tutt’altro che semplice, visto che la Libia era tra i paesi non cari agli amici statunitensi, ma che va in porto e permette di portare nuovi capitali in azienda. Lafico uscirà da Fiat dieci anni più tardi.

LA MARCIA DEI 40MILA Il 1980 è un altro dei momenti più importanti della carriera di Romiti, e della storia della Fiat. L’azienda è in crisi, nella sua relazione di bilancio se la prende con il governo e con gli scioperi nelle fabbriche. Cuccia convince la famiglia Agnelli a lasciare il timone in mano a Romiti, senza Umberto Agnelli. Sono gli anni della violenza e dell’anarchia all’interno della sinistra radicale, in cui gli stessi sindacati faticano a mantenere il controllo sulle loro frange più estremiste. Nel settembre di quell’anno Fiat mette in cassa integrazione per 18 mesi 24mila dipendenti, quasi tutti operai. Una settimana più tardi annuncia quasi 15mila licenziamenti, ritenuti necessari per evitare il fallimento dell’azienda. La tensione è alle stelle, con scioperi e picchettaggi ai cancelli. Lo stesso Enrico Berlinguer arriva a Torino per sostenere la lotta dei lavoratori e garantire l’appoccio del Partito Comunista. A ottobre c’è la cosiddetta “marcia dei quarantamila”, manifestazione che vede per la prima volta in strada i funzionari e i dirigenti di Corso Marconi, che chiedono di interrompere gli scioperi e tornare a lavorare, mettendo i sindacati all’angolo. Una marcia che non è organizzata direttamente da Romiti, ma dietro cui è perfettamente visibile la sua mano, pronta a coglierne il valore (e il risultato) politico. Fiat torna a essere in posizione di forza nelle trattative, che si concludono con il ritiro dei licenziamenti ma la conferma della cassa integrazione a zero ore per i 24mila dipendenti dell’azienda.

Cesare Romiti: in piedi al funerale di Gianni Agnelli (2003)

LA VITTORIA CONTRO GHIDELLA La posizione di Romiti all’interno di Fiat si consolida sempre di più, grazie anche ai rapporti con Cuccia e Mediobanca: sono gli anni dell’acquisizione di Toro Assicurazioni e della chiusura dello stabilimento del Lingotto. La sua forza in azienda è tale da estromettere dai giochi Umberto Agnelli e, nel 1988, avere la meglio su Vittorio Ghidella, l’uomo che gli Agnelli vorrebbero al comando di Fiat. Ghidelli è l’uomo della Fiat Uno, l’auto che ha rappresentato il simbolo della rinascita dell’azienda torinese. Nello stesso anno Fiat compra Alfa Romeo dall’IRI guidata da Romano Prodi, mentre non va in porto la fusione con Chrysler, per la quale occorrerà attendere ancora qualche anno. Grande sostenitore della diversificazione, negli anni Novanta Romiti concentra gli sforzi sulle attività finanziarie del gruppo, impegnando Fiat in altri settori (aerospazio, ferrovie) e perdendo di vista l’auto come elemento centrale dell’azienda, mentre in tutto il resto del mondo i grandi produttori mettono in atto grandi cicli di investimenti. Un errore strategico decisivo, che ammetterà anche lo stesso Romiti diversi anni più tardi.

LA PARABOLA DISCENDENTE Nel 1996 e per i due anni successivi assume la posizione di presidente di Fiat, ceduta da Gianni Agnelli (che morirà nel 2003). Per capire l’importanza di Romiti all’interno di Fiat, basta guardare alla sua buonuscita, pari a 105 miliardi di lire, cui si sommano altri 99 miliardi per un accordo di non concorrenza. Dal 1998 al 2004 è precidente di Rizzoli Corriere della Sera, e di Impregilo dal 2005 al 2006. Nel 2003 ha costituito la Fondazione Italia-Cina, e presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma fino al 2013.


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