Prova su strada

Land Rover Defender Tomb Raider


Avatar Redazionale , il 14/03/02

19 anni fa -

Quando un'auto che è un mito vero ne incontra uno che invece è finto. L'accoppiata è curiosa, come gli sguardi della gente ai semafori. Defender esce dallo schermo, e Tomb Raider diventa un modello di macchina.

Ci sono i SUV e ci sono i quattro per quattro. Gli uni nascono da una costola degli altri. Perchè era sì bello andare in giro un metro sopra tutti, parcheggiare sul marciapiede, non aver il minimo problema nel weekendino in montagna, ma che scomodità, che rumore, che disagi.

E nascono gli Sport Utility Vehicle, l’animo del fuoristrada, il comfort di una berlina. Darwin insegna: dei vecchi off-road praticamente non ci sono più tracce. Ma fino a un certo punto. C’è infatti chi non rinnega il passato, anzi: tutt’al più lo imbelletta giusto un attimo, lo rende più ammiccante, magari con una versione nuova, trendy, dal sapore hollywoodiano e dalla faccia di celluloide.

Nome: Defender, cognome: Land Rover. Segni particolari: auto uscita da un film. Era il 1983 quando il marchio sinonimo di 4x4 presentò la Defender, da allora mai un cambiamento, mai un vetro elettrico, niente che potesse aggraziare quei cromosomi nati per chi va al sodo, da tenere lontani i fighetti, da essere contrario alle cravatte e alle scarpe di legno.

Roba da uomini duri, insomma, che butti dentro le ridotte e ti arrampichi sui muri, che nelle paludi dove gli altri affogano passi con un filo di gas in tutta scioltezza e che, forse, le uniche difficoltà – o gli unici disagi - le trovi in città. Dove il solito Darwin ha ormai viziato tutti, con accessori che non sono più tali, capricci ormai irrinunciabili, ovatta comoda comoda.

Andiamo per gradi. Hollywood, si diceva. Ebbene l’edizione limitata in questione si chiama Tomb Raider mica per niente. Trattasi del mezzo che scorrazzava la divina Angelina Jolie in veste Lara Croft, nelle tranquille passeggiate promosse dalla Playstation al grande schermo. O dio, non proprio la versione pick-up lunga, che zigzagava tra una tigre assetata di sangue e un mortifero guerriero indù, ma il modello hard top passo corto, un filo più sobrio.

Ci sono i quattro faroni montati sulla parte frontale del portapacchi, le piastre di rinforzo in alluminio sparse qua e là, lo snorkel, addirittura, che spunta parallelo al montante anteriore destro (è il comignolo che aspira l’aria per il motore dall’alto, in caso di guadi particolarmente profondi), il bull-bar anteriore da appenderci i gerani e tanto di verricello elettrico della Warn, quando le leggi della fisica si fanno sentire.

Va bene, non ha le portiere militari, l’ascia e la pala, la ruota di scorta sul cofano (è stata spostata sul portellone posteriore), i sedili sportivi con le cinture di sicurezza incorporate e il cruscotto in alluminio, tutta roba fatta su misura dallo "Special Vehicle Operations" di Casa per il moovie a stelle e strisce, e soprattutto non ce l’hanno data per la prova con la Jolie annessa. Pazienza.

Se è per questo anche il motore non è il V8 di 4000 cc di cilindrata e 184 cavalli che animava il set, ma il più realistico cinque cilindri in linea Td5 turbodiesel di 2495 cc e 122 cv a 4200 giri al minuto, abbinato – neanche a dirlo – alla trazione integrale permanente e al cambio manuale a cinque rapporti con ridotte e differenziale centrale bloccabile.

COME VA

Ma il resto, la sostanza, è lei – Lara Croft o meno – con quel fascino che si scrolla via vent’anni di strade polverose, quel carisma da guardare dall’alto in basso i SUV e la loro snobberia. Nel bene e nel male, certo. Non si arricci il naso quando ci si accorge che dietro troneggiano quattro posti belli longitudinali, tipo naia, che per maneggiare i comandi di notte tocca impararne a memoria la disposizione prima che tramonti il sole, che azionare i tergicristalli stile macchina di Topolino mette tenerezza, che trovare una posizione ideale per la guida, rimane un’utopia.

È la Defender, è il suo bello. Un po’ come avere il braccio sinistro rincagnato contro la portiera, la pedivella per abbassare il vetro, leve e levette per l’aria calda, gli specchi laterali da spostare a manate e non gingillando un pulsantino, un po’ come le portiere prive della tanto, ormai, cara chiusura centralizzata. E il volante immenso, la leva del cambio che si piega verso il conducente porgendo il pomellone in alluminio, la pedaliera disassata, la rumorosità che non dà speranze alla radio: è il suo bello. Lo si sappia; lo sa, anzi, chi decide di comprare la Defender.

Sa che il fango delle scarpe trova il suo regno, che urgono gesti decisi per passare da una marcia all’altra, per non farsi disarcionare dalla veemenza del diesellaccio, che occorre farci il piede per evitare di arrivare lunghi in frenata e ritrovarsi tra constatazioni amichevoli e mi scusi e ha ragione, che dire. Che se non ci si accanisce per toccare i 130 orari di velocità massima fa lo stesso, che i 2,07 metri di altezza totale si fanno sentire quando la direzione non è più che rettilinea, così come i 1800 chilogrammi di peso distribuiti sui quattro cerchi da sedici pollici.

Sa che a far manovra per parcheggiare vengono i bicipiti di Schwarzenegher, che il raggio di sterzata è più o meno come quello della moto di Valentino Rossi, che dopo mezzora in autostrada ci si sente come alla fine di un rave durato tutta la notte, un po’ per il rumore del motore, un po’ per il rotolamento degli pneumatici, un po’ per i fruscii in ogni dove, un po’ per l’effetto rimbombo che si crea tra la parte anteriore e la coda. Sa anche che, tanto, in autostrada non ci andrà praticamente mai.

Portatela in campagna, in pieno deserto, sulla neve, nella Palude Stigia e la Defenderina non farà una piega, vi porterà a casa sani e salvi, tutt’al più si sporcherà un po’, il che non guasta.


Pubblicato da Ronny Mengo, 14/03/2002
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