Pubblicato il 10/06/20

PROTESTE USA Tra emergenza coronavirus e proteste degli afroamericani (e non solo) dopo l’uccisione di George Floyd, la situazione negli Stati Uniti non è certo serena. Il mondo del motorsport, nel suo piccolo, ha ripreso le operazioni – la Nascar è ripartita già da qualche settimana, la IndyCar ha vissuto nel weekend a Fort Worth la sua prima tappa stagionale a porte chiuse – non senza polemiche per la situazione sociale del Paese. E se, in Formula 1, a farsi portatore delle istanze dei neri è Lewis Hamilton, nelle competizioni Usa è adesso Bubba Wallace ad alzare la voce. Nel mirino c’è (anche) la bandiera degli Stati Confederati del Sud che continua a sventolare in molti speedway statunitensi.

GENERALE LEE La battaglia d’opinione attorno alla bandiera simbolo dei 13 Stati che all’epoca della Guerra di secessione si scagliarono contro l’abolizione della schiavitù, ha radici lontane. Anzi, negli States, le polemiche sulla “stars and bars” dei sudisti – che da noi è conosciuta più che altro per la Dodge Charger di Bo e Luke nel celebre telefilm “Hazzard” – torna in auge a cadenza piuttosto regolare, con le proteste legittime degli afroamericani e qualche dichiarazione di circostanza della politica, che tuttavia fa poco per cambiare davvero le cose. Per molti statunitensi del sud, prima ancora che un riconosciuto emblema di razzismo, quella bandiera è infatti motivo di orgogliosa appartenenza che il passare dei decenni non ha scalfito. E, cercando in rete, è appunto possibile ritrovare le stesse polemiche di oggi in articoli del 2015 relativi alla strage di Charleston in cui un 21enne bianco, dopo aver scattato diverse foto con la bandiera dei Confederati, entrò in una chiesa freddando nove afroamericani.

Nascar, Bubba Wallace con la maglietta a sostegno del movimento Black Lives Matters

BLACK LIVES MATTERS La polemica del 2015 aveva comunque portato ad alcuni risultati significativi, come la scelta dei grandi magazzini Walmart di togliere dagli scaffali la “stars and bars”. Sui circuiti Nascar – la serie motorsport più seguita negli Usa – però, la bandiera sventola ancora indisturbata. Ed è da qui che prende le mosse la protesta di Bubba Wallace, unico pilota afroamericano a partecipare alla più prestigiosa Nascar Cup Series, già salito alla ribalta delle cronache europee nelle scorse settimane per aver perso lo sponsor reale in seguito a una gara virtuale. Immortalato con mascherina a stelle e strisce e t-shirt nera che cita, in supporto del movimento Black Lives Matters, l’ormai tristemente celebre “I can’t breathe” (“Non riesco a respirare”) pronunciato da George Floyd prima di morire, Bubba ha preso posizione contro la bandiera sudista nel corso di un’intervista alla Cnn.

BUBBA NON CI STANessuno dovrebbe sentirsi a disagio – ha spiegato Wallace – in un circuito Nascar. A cominciare dalla bandiera degli Stati Confederati… Toglietele di mezzo! Non ci deve essere spazio per certi simboli. Certo, forse ci saranno un po’ di tifosi incazzati che porteranno quelle bandiere come simbolo di appartenenza, ma è arrivato il tempo di cambiare. Bisogna dire basta e incoraggio la Nascar a rimuovere queste bandiere. Se i fan non saranno d’accordo allora potranno tornarsene da dove sono venuti, non ci deve più essere una discussione sul punto. È una linea sottile che non siamo più disposti a solcare”. Già nel 2015 la Nascar si era mossa, ma in maniera evidentemente non sufficiente, chiedendo ai tifosi (senza imporre alcun divieto) di non portare la “stars and bars” agli speedway. In attesa di una presa di posizione della categoria, intanto, Bubba Wallace scenderà in pista nelle prossime gare con una livrea full black a sostegno del movimento di protesta.

HAMILTON E LA STATUA Impegnatissimo politicamente nella vicenda, al punto da spingere anche i giovani colleghi e la Formula 1 a prendere posizione dopo la morte di Floyd, intanto Lewis Hamilton prosegue la sua battaglia social. Nei giorni scorsi, il sei volte campione del mondo ha difeso i manifestanti che, nel centro della città inglese di Bristol, hanno abbattuto la storicamente contestata statua di Edward Colston. “Non giustifico la violenza o gli atti criminosi – ha postato Lewis su Instagram – ma avete avuto tutto il tempo del mondo per rimuoverla da soli e non l’avete fatto. Potere al popolo! Edward Colston era un mostro che ha comprato, venduto e trafficato esseri umani e li ha forzati alla schiavitù fino alla morte. Nessuno che fa cose del genere dovrebbe essere onorato con una statua. Sono orgoglioso degli attivisti che l’hanno abbattuta”.  


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