Pubblicato il 01/06/21

L’UOMO DELLA RICOSTRUZIONE Erano i primi giorni del gennaio 2019 quando, dopo poco più di quattro anni a capo del muretto Ferrari in Formula 1, Maurizio Arrivabene lasciava il ruolo di team principal del Cavallino. Era stato scelto a fine 2014 proprio da Sergio Marchionne per rimettere ordine nel caos, per raccogliere i cocci di una scuderia che si era frantumata in mille pezzi a margine della prima stagione dell’era ibrida del circus. Un obiettivo che non bisognava mancare per la Rossa che aveva la possibilità di ripartire da zero grazie a un regolamento tecnico rivoluzionario, e che invece si tramutò in un’occasione persa in malo modo: con una delle auto più disastrose degli ultimi decenni – la SF1000 del 2020, d’altronde, non era ancora stata neppure immaginata – il mondiale si chiuse con il quarto posto costruttori, due podi e un giro veloce. E con l’addio a Fernando Alonso, le dimissioni di Stefano Domenicali, il licenziamento dopo una manciata di mesi del successore Marco Mattiacci e l’avvicendamento al vertice di Maranello tra Luca Cordero di Montezemolo e, appunto, Marchionne. In sostanza, una polveriera.

F1, Maurizio Arrivabene e Sergio Marchionne nel 2015

IL PERIODO FERRARI Nei quattro anni alla guida della Gestione Sportiva del Cavallino, i risultati sperati – leggasi titolo mondiale – non sono arrivati. Ma è innegabile come la Ferrari di “Iron Mauri”, il sergente di ferro individuato per la ricostruzione, sia stata quella che, dal 2012 a oggi, è andata più vicina all’iride. In mezzo, le prime gioie del 2015 con un Sebastian Vettel eletto a nuovo Kaiser, capace di portare il Cavallino in trionfo già al secondo Gp di rosso vestito. Una “luna di miele” in cui non sono mancati i passi falsi – la SF16-H del 2016 incapace di impersonare quel salto di qualità atteso dopo l’inversione di tendenza del primo anno con Arrivabene al timone – né le circostanze esterne decisamente poco propizie. A partire dalla tragica scomparsa della moglie dell’allora direttore tecnico James Allison, poi sostituito a luglio 2016 da Mattia Binotto, per arrivare a quel maledetto 2018, l’ultimo anno di Maurizio al muretto, segnato dalla morte del presidente Marchionne e dai primi segni di cedimento di quell’organizzazione orizzontale da lui fortemente sponsorizzata, che vedeva proprio in Arrivabene e Binotto le due pietre angolari di un intero edificio prontamente crollato senza il carisma (e il controllo) del suo ideatore.

F1 GP Singapore 2018, Marina Bay: Maurizio Arrivabene e Mattia Binotto (Ferrari) in griglia di partenza

MI MANDA PHILIP MORRIS Come detto, nel gennaio del 2019 l’addio a sorpresa dal muretto, seguito dalla promozione del suo grande rivale interno, l’attuale team principal Mattia Binotto passato in una manciata di anni dall’essere l’ingegnere responsabile della power unit alla gestione congiunta dell’area tecnica e sportiva della scuderia più blasonata. Privo di background ingegneristico, ma manager di lungo corso al servizio della Rossa, Arrivabene aveva seguito da vicino la Ferrari anche nell’epoca d’oro dei successi targati Michael Schumacher. Uomo incaricato da Philip Morris International dapprima come vice presidente Marlboro Global Communication (storico sponsor del Cavallino) e poi da presidente del consiglio d’amministrazione Consumer Channel Strategy and Event Manager, il sessantaquattrenne bresciano è stato a lungo al seguito della Scuderia occupandosi della gestione dei servizi di hospitality nel paddock, amministrati direttamente da Marlboro anche dopo che la sponsorizzazione dei prodotti del tabacco è stata vietata.

F1, Maurizio Arrivabene e Luca Cordero di Montezemolo nel 1995

LA TERZA VITA DI IRON MAURI Umanamente molto apprezzato tanto da Schumacher quanto da Vettel e soprattutto da Kimi Raikkonen, è proprio da uomo Philip Morris che Maurizio Arrivabene è entrato in contatto con gli Agnelli, conoscendo il numero uno della Juventus, Andrea, e il grande capo di Exor, la holding di famiglia, John Elkann. Da sempre grandissimo tifoso dei bianconeri, dal 2012 fa parte del Cda dei torinesi come consigliere indipendente. Lo stesso Cda che guiderà adesso da amministratore delegato, in una fase storica per il club che certo sembra presentare svariati punti di contatto con la polveriera Ferrari del 2014: chiusa una stagione da dimenticare – parzialmente salvata dalla vittoria della Coppa Italia – dopo nove scudetti consecutivi la Juventus si è risvegliata vincibile e vinta, sia sul piano finanziario che su quello sportivo visto il fallimento del suggestivo progetto tecnico guidato da Andrea Pirlo. Con pochi punti fermi, come il ritorno di Max Allegri al posto del bocciato “Maestro”, e tante grane da risolvere a partire dai mal di pancia della costosa superstar Cristiano Ronaldo. L’obiettivo sarà, appunto, quello di risanare su più fronti, su quello sportivo supervisionando il calciomercato, ma con un occhio alla politica del pallone e soprattutto ai bilanci. In sostanza, l’uomo di ferro dovrà fare ciò che fin qui gli è riuscito meglio: ricostruire. In fondo, ce l’ha già fatta (in parte) con la Ferrari. E ce l’ha già fatta (di certo) con se stesso, senza pronunciare mai una parola fuori posto, restando lontano dai riflettori nonostante il clamoroso addio alla Rossa nel gennaio 2019 e l’opportunità di esprimere pareri sulla gestione Binotto. Ed è così che, da uomo prossimo a godersi la pensione a nuovo AD della Juve, per il sergente della resilienza Maurizio Arrivabene, il passo è stato decisamente breve.


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