Autore:
Simone Valtieri

IL RE GRECO Tre secoli prima di Cristo c’era un re nell’Epiro, attuale Grecia centrale, che tentava con il suo esercito di avanzare nella penisola italica. Era il 279 a.C. quando, nei pressi di Ascoli vinse una delle sue battaglie più famose, una vittoria che però si rivelò inutile ai fini del successo della guerra, anzi piuttosto dannosa, visto che vi perse moltissimi uomini, tanti amici, nonché i suoi principali comandanti. Il suo nome era Pirro e da quel mesto successo derivò il celebre modo di dire che lo vede protagonista e che oggi indica una conquista inutile, effimera, talvolta dannosa.

OMONIMIA Per una mera coincidenza, protagonista di una storia ben meno feroce ma che calza a pennello con tale definizione, è stato nelle ultime due settimane un omonimo dell’antico re, al quale è toccato l’ingrato compito di decidere, respingendo l'istanza Ferrari, su un caso che ha evidenziato alcuni limiti della giurisprudenza sul quale si basava, e che nel giorno della sua chiusura, ha lasciato al contempo un senso di ottuso rispetto (peraltro parziale) delle regole e un grande amaro in bocca in chi vive l’ambiente della Formula 1, in primis da tifoso. Stiamo parlando ovviamente di Emanuele Pirro, il commissario “cattivo” che con altri tre membri del collegio (è bene specificare) ha giudicato l’episodio principale dello scorso Gran Premio del Canada, quello che ha visto protagonisti Sebastian Vettel e Lewis Hamilton, il primo vincitore in pista e penalizzato per una manovra considerata scorretta a termini di regolamento, il secondo beneficiario della decisione. Il suo giudizio si è basato su uno specifico comma che punisce chi rientra sul tracciato in maniera pericolosa, regola che contrasta però con und direttiva che invita a non punire un pilota se non vi è intenzionalità.

INCONSISTENZA La bontà della decisione finale della FIA è emersa chiara anche in relazione alla scarsa consistenza del reclamo ferrarista, un assist perfetto alla Federazione che si è smarcata depennando 5 dei 7 punti della difesa considerandoli già noti ai tempi del verdetto, liquidando un sesto perché si poteva comprendere bene anche dagli altri cinque e dunque era già noto anch’esso e rimbalzando l’ultimo in quanto considerato un’opinione di terze parti – nella fattispecie quella di un ex pilota e oggi commentatore per la TV britannica, l’indiano Karun Chandhok – e dunque totalmente irrilevante. In sostanza la nota “istanza di revisione” presentata dalla Ferrari, e descritta stamattina in conferenza stampa dal direttore sportivo Laurent Mekies comprensiva di “evidenze schiaccianti”, non ha avuto bisogno neanche della risposta della FIA che nel suo comunicato si è limitata a smantellare i punti e non le tesi, non dovendo neppure entrare nel merito tecnico di una decisione che piuttosto che sbagliata in termini di regolamento, è sbagliata in termini di principio. Ed è grave, perché proprio il merito tecnico della decisione andava discusso, cosa che non è possibile fare perché le decisioni in termini di tempo date in corso di gara sono “inappellabili”, sempre per lo stesso regolamento.

EFFETTI COLLATERALI Il risultato è che la vicenda appare controversa, ancor più perché mortifica una gara condotta in maniera spettacolare da un campione, e conquistata in modo ben poco adeguato al blasone dell’altro campione: Nessuno spettacolo, nessuna gioia sul podio, con strascichi polemici che stanno avendo come unico risultato quello di allontanare il grande pubblico da una categoria sempre più incomprensibile agli occhi della gente. Una decisione arrivata peraltro a distanza di due settimane da un’altra penalizzazione ingiusta per principio e ineccepibile ai termini di regolamento, quella di Max Verstappen a Monaco. Cosa succede in casi come questi? Nella peggiore delle ipotesi si mettono in piedi teatrini che nulla hanno a che vedere con il mondo dello sport e delle competizioni, e che talvolta portano a effetti collaterali anche gravi, perché vanno a nutrire la pancia di imbecilli (non tifosi, imbecilli) come quelli che hanno minacciato di morte e insultato a più riprese il Pirro contemporaneo.

VITTORIA DI PIRRO Ci si domanda dunque perché debbano esistere alcune norme che mortificano lo spirito stesso delle corse, visto che la stragrande maggioranza dei piloti ha ammesso che nei panni di Vettel si sarebbe comportata nello stesso identico modo e si è dichiarata contraria alla decisione (tranne Lewis Hamilton ovviamente, che comunque come Vettel si è comportato in una situazione analoga tre anni prima a Monaco) presa dai commissari in Canada. Un cambio di alcune regole è necessario, ma mentre il sole tramonta sul Paul Ricard, oggi si lascia l’autodromo con la sensazione che – nonostante una decisione difficilmente contestabile – abbiano perso un po’ tutti. La Ferrari, i piloti, i tifosi, persino la Mercedes, che di sicuro non ha bisogno di aiuti per vincere una gara. Ha vinto la Federazione, ovviamente, nel principio di un’inappellabile giustizia dietro al quale si può anche non "discutere" una decisione "discutibile", presa in corso d’opera, quando sarebbe bastato forse prendersi il tempo utile, sentire le parti in causa, e poi decidere serenamente, evitando quella che ha i chiari tratti di una vittoria di Pirro, ma non del caro Emanuele.


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