Pubblicato il 30/01/2020 ore 12:57

BREXIT STORM Il Canale della Manica è da sempre attraversato da correnti forti, ora tuttavia salpare dai porti francesi e guadagnare l'altra sponda sarà impresa sostenibile soltanto a bordo di una portarerei. Il Parlamento Ue si è espresso, dal 1° febbraio 2020 il Regno Unito non fa parte più della Comunità Europea, e hai detto niente. Turisti, trasfertisti, singoli individui a caccia di un lavoro. Ma non solo: la Brexit sposta gli equilibri di commercio, industria, finanza, demografia. Quale destino per il mercato auto? Abbiamo già trattato il tema a più riprese, ahimé è il momento buono per tornare in argomento.

Brexit, industria auto UK in caduta libera

SPETTRO ''NO DEAL'' Prima considerazione: la Gran Bretagna è ufficialmente una nazione extra-Ue, ma il nodo più antipatico non è ancora stato sciolto, quello ovvero di un accordo commerciale tra l'Isola e il Continente. Un accordo ben più importante, visti i volumi in gioco, di un eventuale memorandum tra UK e Stati Uniti. Lo spetto di una ''no deal Brexit'' è sempre lì che pende come una minaccia, nel frattempo i marchi auto si tutelano per evitare il peggio. Come? Smantellando a poco a poco le strutture in caso di compagnia estera (vedi Nissan), traslocando altrove le catene di montaggio in caso invece di car maker con la Union Jack sul passaporto, vedi Jaguar Land Rover. E il processo è in corso non da ieri.

FUGA JAGUAR LAND ROVER Sin dall'esito del referendum del 23 giugno 2016, le Case auto che presidiano il mercato inglese - cioè il secondo in tutta Europa per valore dopo la sola Germania - hanno preso a meditare quale strategia adottare per salvare capra e cavoli. Il principale Costruttore nazionale (JLR) ha delocalizzato l'assemblaggio a Nitra, in Slovacchia: Suv come Jaguar E-Pace e I-Pace e nuovo Land Rover Defender nasceranno lontani dal Paese d'origine. Nel frattempo, in patria la produzione avanza a intermittenza, e non fa mistero di preparare maxi-tagli al personale (5.000 posti di lavoro in meno). Fosse solo la Brexit: la crisi dei motori diesel, le regole sulle emissioni. Le disgrazie non capitano mai da sole.

Nissan, lo stabilimento britannico di Sunderland

RESA GIAPPONESE Regna l'incertezza pure in casa Mini, visto che benché la Casa madre BMW sostenga l'intenzione di investire sulla fabbrica di Oxford anche in caso di no deal, tra operai e manager britannici il consumo di ansiolitici è esploso e tutto è ancora da verbalizzare. Poi c'è Nissan, che nel suo sito di Sunderland interromperà la produzione di Qashqai e X-Trail. C'è Honda, che nel 2021 chiuderà Swindon (Civic, CR-V). C'è Toyota, che in presenza di ''hard Brexit'' seguirà le orme dei connazionali dal 2023, abbandonando l'impianto di Burnaston. C'è infine Ford, che in UK possiede due ''plants'', che ha nel Regno Unito il proprio terzo sbocco mondiale, e che ha già calcolato perdite per 1 miliardo di euro.

PRO E CONTRO Effetti sull'occupazione, riflessi anche sulle vendite veicoli: senza protocolli commerciali bilaterali, quindi in presenza di dazi doganali, import-export più oneroso e costi scaricati sui listini, ovvero sui clienti. In prospettiva, Brexit una grana anche per Gruppo Volkswagen, Gruppo Renault, il futuro maxi-Gruppo FCA-PSA. Ma per ogni inconveniente, c'è il rovescio della medaglia: il voto pro-Brexit del 30 gennaio a Bruxelles rappresenta paradossalmente un elemento di certezza, tale da infondere nei consumatori di Sua Maestà una rinnovata fiducia, e di imprimere slancio al mercato interno (fermo). Gli inglesi sanno ora di che morte morire: sempre meglio che il purgatorio di un destino sconosciuto.


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