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Erik amava correre, e lo faceva nel campionato AMA Formula One (che poi diventerà AMA Superbike) con una Yamaha TZ750, che era la scelta quasi obbligata per chi non aveva un team ufficiale alle spalle: potente, difficile da guidare, ottima per un giovane come Buell che voleva mettersi in luce fra i privati.
La Yamaha pose ben presto un paio di problemi, nonostante fosse un’ottima
Il quale, invece, era un vero portento: quattro cilindri in quadrato di 750cc a due tempi, con una potenza superiore a 160 cavalli, imbizzarrito come pochi (pare che in un punto della fascia d’utilizzo prendesse 40 cavalli in 550 giri!) e, soprattutto, inaffidabile al punto di rompersi frequentemente ancor prima di essere usciti dalla corsia box!
Il nome, Road Warrior – guerriero della strada – sembra piuttosto appropriato per quella che era una vera bestia da circuito, in grado, nelle mani di un pilota adeguatamente capace, di dare fondo con successo ai suoi 165 cavalli
Con la RW 750 nasce ufficialmente anche la Buell Motorcycles. La data ufficiale è, appunto, il 29 Ottobre del 1983, esattamente vent'anni fa. Erik si era messo in testa di produrne una serie limitata, avendo acquistato i fondi di magazzino di quella Barton alla cui fine si deve tutto il resto della storia. E sembrava che ci fosse un posto, nel mercato delle moto per il campionato AMA Formula One, per la "creatura". La Yamaha aveva infatti smesso di importare la TZ, e le Honda costavano ben più del doppio. I giornalisti provarono la moto e ne diedero recensioni molto positive. La strada sembrava essere tutta in discesa. Ma ecco il classico imprevisto che cambia il corso degli eventi: il regolamento del campionato
E così, con un ottimo telaio tra le mani (anzi, una ventina, perché di RW750 ne aveva venduta una sola..) Buell si asciugò le lacrime e si rimboccò ancora una volta le maniche, cercando un "motorone" che facesse da sostituto al poderoso inglese. Lo trovò, più vicino di quanto potesse immaginare. Il solito fondo di magazzino: cinquanta motori Harley XR1000 che prendevano polvere in un angolo della fabbrica di bicilindrici più famosa ad ovest di Borgo Panigale. Presi e resi adatti all’uso in pista. Un’altra congiunzione astrale venne incontro a Erik: la commessa da parte
Se il telaio era un’evoluzione dei concetti introdotti con i primi tentativi, leggero
La strada era segnata. Arrivarono la RR1200, equipaggiata col motore della
Sportster, la SR1200, che perse gran parte della carenatura, la S2 Thunderbolt, la S1, che iniziarono a vendersi discretamente anche in Italia grazie al supporto di Carlo Talamo che ne intuì tra i primi il potenziale
commerciale, e così via, fino alle XB9 e XB12 dei giorni nostri, moto speciali, uniche nel loro genere, tecnicamente rivoluzionarie. Possono piacere o non piacere ma le Buell non sono mai moto "scontate". Il genio di Erik prende lentamente corpo sotto forma di soluzioni ardite e brevetti. Suo il sistema Uniplanar che annulla i poderosi scuotimenti del bicilindrico americano, ma poi come dimenticare l'ammortizzatore orizzontale sotto il motore, o ancora il telaio e il forcellone delle ultime XB, capaci di contenere benzina ed olio. Da citare anche la parentesi della Blast unica monocilindrica della storia Buell, vera moto d'accesso spesso la più venduta in america.
La perdita del controllo della sua società non infastidì più di tanto il nostro Erik, lasciandogli anzi la libertà di tornare ad ideare e progettare a tempo pieno, all’interno della rassicurante – e finanziariamente solida – struttura Harley-Davidson. Senza perdere un briciolo di identità. Le sue moto, comprese quelle che sono in vendita oggi, attingono tutt'oggi a quei concetti: design
Chi sceglie una Buell sa bene cosa aspettarsi, nel bene e nel male. Anche perché la parentela con le cruiser americane la rende, agli occhi di molti, qualcosa di diverso da una moto come la intendiamo noi europei. Una moto molto speciale, come il suo fondatore. Ah, non chiamatela Buell, si pronuncia "Biull". WALLPAPER
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