Pubblicato il 24/04/20

LE MOTO DELLA MIA VITA

In redazione ci sono passati tutti. È toccato a DaniloEmanuele, a Giorgio, e per ultimo ad Alessandro. Naturalmente parlo del Riddenbox, l’articolo sulle moto che hanno in qualche modo segnato le nostre esistenze di motociclisti. E ora tocca al sottoscritto. Non vi nascondo che, nel momento in cui mi è stata assegnata la “deadline” per la consegna, ho iniziato a sudare freddo. Sì perché, nonostante non ne abbia guidate a centinaia come Ale Perelli, qualche decina di due ruote è passata anche per le mie mani, e sono tante quelle che hanno lasciato il segno. A tal punto che, se mi chiedessero di portarmi nel box un numero illimitato di moto, penso ne avrei non meno di una decina, tutte diverse per tipologia l’una dall’altra. Ma dicevamo: le moto che hanno lasciato il segno… Devo essere sincero, praticamente un segno sempre positivo. Quelle che non mi attraggono, solitamente non le guido (in genere le custom), e tra quelle che invece ho provato è veramente difficile decretarne una “peggiore”. Ma non voglio mettere le mani avanti. Anzi, mettiamo la prima dentro, e cominciamo.

SOGNANDO VALENTINO ROSSI: APRILIA RS 125 (2000)

Aprilia RS 125

La prima (moto vera) è stata lei. Ho sognato la sorella minore, la RS 50, ma a scuola ero un disastro e a 14 anni, invece di mettere il sedere sull’Aprilia 50, mi son ritrovato su un Piaggio Free del 1992. Ma non rubiamo la scena alla ottavo di litro di Noale. Dopo litigate feroci e risultati un filo migliori a scuola (un filo…) riuscii a convincere i miei a ''cofinanziare'' l’acquisto di una moto. Sognavo la Cagiva Mito 125 (mi piaceva di più, la piccola gemella della Ducati 916), ma trovai usata una RS 125 del 2000, replica Tetsuya Harada. I 16enni di oggi forse non sanno di cosa parliamo, ma queste moto erano delle bombe (sexy): telai in alluminio, motori da oltre 30 CV (in realtà, per legge, a 15 CV) e grafiche replica che sembravi uno del Mondiale. Con l’Aprilia RS 125 ho imparato a usare una moto a marce ma anche i primi rudimenti della guida sportiva: sì perché, come dicevo, la ciclistica era da riferimento e se in rettilineo ci passavano in tanti, in curva… le cose cambiavano. Affilata come poche, con l’Aprilia 2T entravi in curva come un fulmine, una guida tutta percorrenza, complici un peso contenuto, un freno motore… l’assenza del freno motore e una ciclistica racing (forse un filo morbido il setting delle sospensioni). Con lei ho imparato a guidare, le devo tutto: la consacrazione della passione fino ad allora quasi solo teorica e un’acquisita consapevolezza di voler fare, da grande, il lavoro dei miei sogni: il giornalista/tester.

''HA POCA LUCE A TERRA'': APRILIA DORSODURO 1200 (2012)

Aprilia Dorsoduro 1200

È una di quelle cose che qualunque motociclista dall’animo corsaiolo, ha sempre sognato di dire: “Mah, sì, va bene ma… ha poca luce a terra, toccano subito le pedane”. Una di quelle affermazioni, tipicamente da bar, che tradotte in capacità di guida del pilota non significano niente. Però faceva “figo” e ora posso continuare con argomentazioni un po’ più serie, come mi competerebbe. Ho consegnato lo scettro di peggior moto alla Dorsoduro, ma forse già per il gusto che mi ha regalato con le sue pedane, povera, non lo meriterebbe. Non me ne voglia, la bicilindrica di Noale. Quel giorno provai, alternandomi con un amico, lei e la Tuono V4 R. La naked Aprilia è una moto veramente eccezionale (meriterebbe un capitolo anche lei) e in un confronto con la superbike senza carene sarebbero davvero in molte ad uscire con le ossa rotte. Forse l’amaro in bocca che mi ha lasciato la Dorsoduro 1200 è colpa della Tuono. Ma sì, facciamo a scaricabarile e diamo la colpa ad un’altra Aprilia. Fatto sta che non mi impressionò, quasi mi deluse, la Dorsoduro. Un motore ricco di coppia e divertente, ma un peso avvertibile, che non le conferiva la maneggevolezza che mi sarei aspettato. Forse, erroneamente, pensavo di salire su una supermotard, ma con quel mondo fatto di derapate e traversi la Dorsoduro non aveva granché in comune, preferendo i lunghi curvoni in appoggio ai rapidi cambi di direzione tipici di un kartodromo. Però… curva a sinistra, pedana in terra. Curva a destra... pedana in terra. Mai avuto tanta facilità a far strusciare in terra un cavalletto, nemmeno su uno scooter. Roba che ti credi uno vero, e invece sei un pirla come tanti.

COMPAGNO DI KM: PIAGGIO BEVERLY 300 TOURER I.E. (2009)

Piaggio Beverly 300 Tourer i.e.

Spero farete uno strappo alla regola includendo il mio fedele scooter. D’altra parte è il due ruote con cui ho percorso più km (siamo intorno ai 50.000) e, a ottobre di quest’anno, compirà 10 anni di vita. Una media di 5.000 km l’anno è poca roba, ma per molto tempo non l’ho usato granché. Ci sono affezionato, perché anche con lui ho vissuto tante emozioni. Perlopiù l’ho usato in città per lavoro, mi ha accompagnato al mare in un paio di occasioni… ma quando avevo la moto fuori uso mi ha fatto anche da fedele destriero nei “duelli” sui passi di montagna con gli amici. Sì, avete capito bene: loro in moto, io col Beverly. Su strada non puoi andare come un pazzo (o meglio, potresti, ma non devi) e quindi i 22 CV del Tourer 300 sono sufficienti per mantenere velocità di tutto rispetto. Con un po’ di malizia ci si può anche togliere qualche soddisfazione contro avversarie più blasonate. Il Beverly è comodo, anche in due, frena bene ed è molto maneggevole. Io sono stato un po’ sfortunato quanto ad affidabilità ma, tutto sommato, è ancora lì che mi accompagna dopo 50.000 km (tocca ferro...), quindi posso ritenermi soddisfatto. Spesso mi accompagna anche al kartodromo di Lorenzo Dalla Porta, il Campione del Mondo Moto3: lì noleggiamo con gli amici delle miniGP e ci alleniamo/divertiamo. Più di una volta ho pensato di chiedere di farmi entrare col Beverly per un turno, devo provarci…

L’AMORE DELLA MIA VITA: YAMAHA YZF-R6 (2007)

Yamaha YZF-R6

Questa è la storia di un amore iniziato nel 2006. Ve lo ricordate quando fu presentata al mondo la nuova Yamaha R6 sul circuito di Losail, in Qatar? Io ricordo che la trovai una delle moto più belle viste fino ad allora. Aveva un cattivo addosso… me ne innamorai subito. Nel 2006 avevo 20 anni suonati e la Yamaha era lontana anni luce: studiavo all’università, facevo lavoretti saltuari… chi se la sarebbe potuta permettere una moto da oltre 10.000 euro? Ma cominciai a pensarci seriamente. Troppo. Finì che nel 2007, complice il Servizio Civile, la vendita della mia Aprilia RS e qualche risparmio (in aggiunta al... supporto dei miei), comprai la tanto agognata Yamaha. Oggi, a distanza di quasi 13 anni, la trovo bella e attuale come quando l’hanno presentata e non potrei essere più felice della scelta fatta. Col senno di poi, pur essendo una moto straordinaria, esteticamente e qualitativamente, mi sono reso conto che l’R6 è ciò di più inadatto all’uso su strada che sia stato creato dall’uomo. Sì, la Yamaha R6 del 2006 è come la pornostar tutta silicone della quale ti innamori: sai che non potresti mai presentarla ai tuoi, né portarla al compleanno del tuo nipotino, ma la ami lo stesso. Lo dico con un pizzico di ironia, ma parliamo per un attimo seriamente: cosa ci fa una moto che ha la coppia massima a 12.000 giri, in giro per le nostre strade (?!). L’R6 è un’arma da pista grazie ad una ciclistica da vera purosangue – che ai tempi della presentazione la fecero accostare, quanto a guida, ad una 250 GP – e al 4 cilindri che urla come un matto fino a 16.000 giri. Per me è… orgasmico. Oggi, come ai tempi della sua presentazione fa la sua figura al bar, così come tra i cordoli, ma per le strade di tutti i giorni ci sono moto meno impegnative che fanno le stesse cose. E quindi? La ricomprerei altre cento volte!

UN'APRILIA DA SUPERBIKE: RSV4 1100 FACTORY (2019)

Aprilia RSV4 1100 Factory

Quando ho guidato la RSV4 per la prima volta, lo scorso anno, immaginavo a cosa sarei andato incontro. Avevo saggiato qualche anno prima le doti della Tuono V4 R – alla quale avrei voluto dedicare un capitolo a parte – e la RSV è stata una conferma. Tra l’altro l’Apriliona non l’ho provata nel classico giretto di 15 min dal concessionario, ma in pista, ad Imola, con l’Aprilia Riding Academy, la scuola con la quale collaborerò da quest’anno nelle vesti di istruttore. La RSV4 1100 Factory mette soggezione anche solo leggendo i meri dati tecnici: 217 CV a 13.200 giri/min per 177 kg di peso. Fate voi. Imola tra l’altro è una pista pazzesca, veramente da pelo sullo stomaco, quindi quale migliore situazione per prendere contatto con una Superbike con la targa? Vi confermo che ci sono dei punti del circuito da strizza vera. E io andavo a spasso. Giusto due cenni per chi non ci ha mai girato: la Piratella, per esempio, alla quale arrivi scollinando leggermente piegato verso destra in quarta piena (io ero a 220 all’ora) e – come per  magia –  ti ritrovi a dover fare la curva verso sinistra, buttandoti in picchiata in discesa (molta discesa) verso le Acque Minerali. E vogliamo parlare della Rivazza? Passi sotto al ponte, piegato verso destra, in discesa, a oltre 230 all’ora, con la moto che ti porta verso l’esterno, verso la sinistra, mentre lotti per farle tenere la destra: sì, perché la curva che dovrai fare – la Rivazza appunto – è proprio verso sinistra… Vabbè, bella storiellina Imola, che vi consiglio decisamente di provare. Ma questa RSV4 Factory? Eh, nonostante sia una purosangue, nonostante Imola sia veramente difficile, lei non ti tratta male. Certo, purché tu le dia sempre del lei. Finché non la vai a stuzzicare nelle zone che competono a quelli “veri” lei si dimostra mansueta, e si fa condurre – oserei dire – con una certa facilità. È stretta e leggera come una 600, tanto che non ti mette soggezione da quel punto di vista. E il rumore? Beh sì, ho scelto la RSV4 1100 Factory (anche) per il suo sound: fa casino (anche merito dello scarico Akrapovic in carbonio), molto, ma uno di quei frastuoni come piacciono a me. E finisce che, sul rettilineo di Imola, a oltre 250 all’ora con la quinta ancora da tirare, quel casino incredibile ti piaccia. E pure parecchio.

UN SORRISO A 32 DENTI: MV AGUSTA F3 675 (2012)

MV Agusta 675 F3

Impossibile da dimenticare. Nonostante di moto divertenti ne abbia veramente tante nella testa, l’F3 è quella che più di tutte mi ha fatto scendere esaltato. Se lo ricorda ancora, il mio amico Ruggero, quando toltomi il casco vide il mio sorriso stampato. Raramente dice di avermi visto così. Eppure la 3 cilindri di Schiranna, in quel breve test su strada, seppe veramente regalarmi gioia pura. Perché? Beh, cominciamo col dire che, come la mia R6 e una Ducati di cui vi parlerò dopo, esteticamente è un pezzo d’arte: a guardarla ci staresti ore tanto è bella, salvo poi ricordarti che, se l’avessi guidata, sarebbe stato anche meglio. Sì perché l’MV è stretta e aggressiva, ha una voce veramente roca e già prima di mettere la prima ti è venuto d… desiderio di comprarla. All’epoca tante delle moto provate e citate in questo pezzo, non le avevo cavalcate. Ma la prima comparazione automatica – anche ovvia – fu con la mia R6. Esteticamente bellissime entrambe, cattive e racing tutt’e due, ma l’F3 675 aveva qualcosa in più: 76 cc di cilindrata e un 3 cilindri al posto dei 599 cc e il 4 della mia Yamaha. Il segreto – o meglio, uno dei segreti – secondo me passa da lì. Perché come dicevo prima, su strada conta la coppia, e averla a 12.000 giri come la mia R6 rischia di pregiudicare di molto il divertimento, a meno che non intendiate tirare ogni marcia come forsennati e guidare SEMPRE col coltello tra i denti. Ma a volte anche trotterellare simpaticamente è piacevole e, se con la Yamaha è possibile ma non particolarmente divertente, con l’MV è roba da tachicardia. Esempio: arrivo ad un tornante con l’F3 e scalo due marce, inserendo la seconda, col timbro roco del 3 cilindri che mi accompagna (bello!). Percorro la curva, sostenuto da un assetto rigoroso, chirurgico (meraviglia!) prendendo in mano il gas all'intravedersi dell’uscita. La moto mi tira fuori dalla curva con una grinta sconosciuta alla mia Yamaha, con i semi-manubri che mi si torcono tra le mani, mentre la ruota anteriore pela l’asfalto (oh-mio-dio!) e vengo sparato verso la curva successiva. Wow. Per riportare alla mia mente sensazioni simili dovevo tornare ad una giornata di prove libere sul circuito di Magione, in Umbria, dove, in sella alla mia R6, alla Curva Merzario (la prima dopo i box), spalancando il gas in seconda marcia, in direzione della Curva Vecchi Box, l’avantreno non ne voleva sapere di stare buono. Capite bene che aver vissuto sensazioni molto simili in circostanze – e ritmi di guida – così diversi mi aveva stupito e galvanizzato. Ecco perché l’F3 è stata la moto più divertente che abbia mai guidato.

COME DIAVOLO FA? BMW R1200 GS (2016)

BMW R1200 GS

Mi ricordo ancora la prima volta che la provai e , una volta sceso dissi “Questa moto è a prova di imbecille, chiunque riuscirebbe a guidarla”. E così arriva anche per te quel momento, a 30 anni suonati, in cui chini la testa e sei costretto ad ammettere che la BMW R1200 GS è una gran moto. Per questa affermazione mi attirerò le male parole di altre persone, come già mi è toccato a suo tempo quando, dopo il test, mi lasciai andare a queste considerazioni con gli amici smanettoni di sempre. Sì perché per il motociclista medio, in particolare lo smanettone, può non essere facile prendere coscienza che una moto tanto grossa, votata al turismo, possa essere in realtà molto, molto di più. E questa consapevolezza, nel 2016, ha dovuto cogliere anche il sottoscritto. In realtà il primo contatto con la GS lo ebbi prima, nel 2014 e nel 2015, ma poi nel 2016 ho avuto modo di provarla più a lungo, durante la comparativa maxienduro di Motociclismo, in Albania. Immaginate di aver guidato, fino ad allora, naked e sportive, e di ritrovarvi su una moto grossa e pesante come una Smart. Sì, lo so, sto esagerando, però finché la si guarda sul cavalletto o ci si sale sopra da fermi, la sensazione è questa. Niente di più sorprendente quando, inserita la prima e lasciata la frizione, vi avviate: la montagna su due ruote è diventata una biciclettina agile. Sopra una certa velocità la GS si muove bene, molto bene. Accelera di qua, frena di là, la provi nel misto, sui curvoni… e ti tocca dirlo: mi sbagliavo (come tanti). Se poi ti tocca anche portarla in off road, allora aggiungi un altro… tassello al mosaico: anche se è grande e grossa, pure in fuoristrada, riesce a muoversi con maggior disinvoltura di altre, riuscendo – tutto sommato – a mettere a proprio agio anche chi, al di fuori del nastro di asfalto, non capiva nulla come il sottoscritto (ora ci capisco poco). E questo regala quel piacere e senso di libertà unici, che ti fanno pensare di poter viaggiare ovunque, di essere inarrestabile, di poter passare dal nastro d’asfalto alla strada bianca che porta su un crinale in qualunque momento del tuo viaggio. Ma qual è il segreto della BMW GS? L’equilibrio. Su tutti i frangenti, in ogni circostanza: riesce sempre ad avere un equilibrio straordinario in tutto quello che fa. E poi il motore. Il boxer è di un’elasticità spaventosa, riprende in qualunque marcia e a qualunque regime (e quello della nuova 1.250 pare abbia fatto un’ulteriore passo in avanti). Ma ora vi dirò anche cosa non mi piace di lei. Per chi viene dalle sportive, o meglio, dalla guida sportiva, e dunque è abituato ai trasferimenti di carico sulla ruota anteriore, la GS prende in contropiede: sulle prime non lo capisci, non la senti (la ruota davanti) e ti domandi fino a quando non ti mollerà. Poi aumenti il ritmo, e ancora, e ancora… non sei caduto e lei non ha battuto ciglio. Merito (o colpa) del Telelever, la sospensione brevettata da BMW. La sospensione vera non è una forcella telescopica, ma la molla che è posta dietro di essa: ogni trasferimento è molto meno marcato, dando questa sensazione, soprattutto quando il ritmo si fa più alto, di scarso carico sull’avantreno. Il motore, che è straordinario nel suo funzionamento, è un bicilindrico e non brilla certo per sportività (non crediate però, anche lui ha la sua castagna), quindi non incontra particolarmente le mie inclinazioni di amante dei 4 cilindri sportivi. Infine la mole. È gigante, si sa, quindi chi come me viene dalle supersportive e vuole limare il kg e il cm di ingombro… non può andarci a braccetto. E pensate, nonostante questo, è la moto più sorprendente (in positivo) che abbia guidato: comodissima,  facile, in grado di andare su asfalto come in fuoristrada, sa persino essere veloce e divertente. Forse, la migliore…

ECCELLERE OVUNQUE: BMW S1000 XR (2016)

BMW S1000 XR: è lei la best bike

Fino a qui mi sono descritto come uno da Mondiale, tutto ginocchio a terra e… poi la migliore moto è una BMW, nemmeno supersportiva?! Eh sì, proprio così. Ho voluto eleggere lei come miglior moto perché da quando nel 2016 l’ho guidata (anche qui per una comparativa, sempre con Motociclismo) la mia vita è cambiata. La S1000 XR può veramente essere, anche per chi come me ha un Valentino Rossi dentro (solo nell’anima, non nel polso eh), la moto definitiva. Sa essere comodissima, velocissima e – passatemi il termine –  cazzutissima. La seduta è una poltrona, la protezione aerodinamica ottima, il motore una bomba e… sound e guida sono da sballo. Cioè, giusto per farvi capire: non faticheresti a farci 500 km in un giorno tanto è comoda ma quando monti in sella ti sale la carogna, perché il 4 cilindri della supersportiva S1000 RR urla come un ossesso (quando chiudi il gas scoppietta, una libidine) e, a dispetto delle dimensioni, la moto è bella affilata tra le gambe e tra le curve. Ti ci diverti come un matto. Figuratevi che l’ho fatta comprare ad un amico che voleva essere veloce ma comodo. Gli ho detto “Andiamo a provare la S1000 XR”. Contentissimo dopo il test ride alla concessionaria l’infame si è presentato al pub, una sera di qualche mese dopo, con la BMW (devo ancora provarla, la sua)… Per me è la moto stradale, tra quelle provate, che più di tutte riesce ad eccellere a... 359°: dalla sparata con gli amici al viaggio con la morosa. Per essere perfetta le manca solo l'attitudine al fuoristrada della cugina GS.

LA SBANDATA PER UN’ALTRA: PANIGALE V4 S (2020)

Ducati Panigale V4 S: la prossima moto

Dopo 13 anni di fedeltà alla Yamaha R6 se… dovessi tradirla con un’altra, questa sarebbe la Panigale. Aspettavo da una vita che Ducati passasse al 4 cilindri, non essendo mai stato amante del bicilindrico, e con la V4 mi ha fatto il regalo. La Panigale è esteticamente meravigliosa e poi è un crogiolo di tecnologia e passione votati alla velocità e all’adrenalina. Con poche moto ho avuto questa sensazione, quella voglia di farle mie, e la Ducati Panigale V4 S è decisamente una di queste. Perché la S? Beh, dovete sapere che sono un po’ viziato e, praticamente da sempre, le versioni base mi sembrano un po’... povere. Non mi fraintendete, è più uno sfizio, ma non riesco a dire di no – per esempio – alle sospensioni Öhlins. Una questione prima di tutto estetica (quel tocco d’oro la rende più fascinosa), più che funzionale, anche se, per l’uso in pista, sono sicuro che abbiano il loro perché. La Yamaha, comunque, può dormire sonni tranquilli: il problema della Ducati è che è un bell’investimento e ora come ora i quasi 29.000 euro che servono per comprarla, rappresentano un bell’ostacolo. Anche se, è bene ricordarlo, anche nel 2006 comprare la Yamaha R6 mi sembrava impossibile…

IL PROFUMO DEI GP: APRILIA RS 250

Aprilia RS 250: la moto che vorrei aver guidato

Ricordo ancora la prima volta che la notai. Sarà stato il 1995, ero in una concessionaria Aprilia con mio zio. Lui stava comprando uno scooter, uno Scarabeo 50. E io ero letteralmente ammirato ad osservare queste RS con la grafica Chesterfield (che riprendeva la carena della 250 GP di Max Biaggi). Se a distanza di oltre 20 anni uno si ricorda così bene una moto, qualcosa vorrà dire… Beh, le nostre strade, quelle mie e della RS 250, hanno anche rischiato di incrociarsi: dopo un po’ di anni con la sorella 125, e prima che la Yamaha R6 mi rapisse il cuore, avevo anche pensato di passare alla duemmezzo. Ma la razionalità prese il sopravvento e trattandosi di una 2 tempi, peraltro molto corsaiola… ebbi paura di acquistarla. Oggi è ancor più mitica di quanto non fosse 15 anni fa e quindi, con un po’ di rammarico, è lei che vorrei aver guidato. Ma non c’è limite ai sogni e un po’ ci spero: magari tra qualche anno mi riuscirà comprarne una, farci un giro, e metterla in salotto per ammirarla. Proprio come fece quel bambino in concessionaria molti anni prima.


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