NON È UN'AZIENDA PER VECCHI Gestione crisi di fiducia del consumatore, lezione numero uno: cosa non fare per risollevarsi. Tornano puntuali a minacciare la serenità del brand Volkswagen i fantasmi dieselgate. Al netto della maxi multa che grava sulla tesoreria, l'ennesima grana consiste ora nell'accusa, da parte di un ex manager della divisione Usa del marchio, della pratica di discriminazione dipendenti sulla base dell'età. La reputazione è compromessa? Facciamola pagare ai lavoratori. Quelli più anziani, idealmente associati a doppio filo allo scandalo delle emissioni. 

LARGO AI GIOVANI A citare in giudizio Volkswagen è in particolare tale Jonathan Manlove, in precedenza responsabile della logistica presso lo stabilimento di Chattanooga, Tennesse. Manlove lamenta di essere stato retrocesso di grado al preciso e unico scopo di bonificare l'immagine aziendale: sostituendo i manager più anziani con personale giovane, all'esterno sarebbe passato il messaggio di un organico fresco, motivato e tecnologico. Diametralmente opposto, insomma, all'apparato in carica allo scoppio dell'affaire sulle emissioni.

FUORI I (NON) COLPEVOLI Il punto è che, mentre Volkswagen annunciò una policy di rotazione naturale, al contrario il 53enne manager sostiene come il turn over sia stato ispirato da pratiche forzate e coercitive. Fuori i vecchi, largo ai giovani. Ma sulla base di logiche scorrette. Per lasciarsi alle spalle una brand reputation pesantemente influenzata dalla frode sui motori diesel, ai piani alti avrebbero in definitiva fatto pagare il conto anche a chi, con software illegali, non aveva nulla a che fare. E in materia di age discrimination, la giustizia americana sembra non sia morbida.


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