Autore:
Lorenzo Centenari

TRA IL TWEET E IL FARE... Che il Sig. Trump sia un grande appassionato di RisiKo, già lo avevamo appreso in passato. Qualche volta, le sue mosse restano sul tavolo da gioco. Altre, ahimé, vengono poi riprodotte anche nel mondo reale. Se la minaccia di applicare dazi del 25% sulle importazioni negli Usa di auto europee (misura ventilata anche in questi ultimi giorni) sfocerà in provvedimenti veri e propri, ancora non è dato sapere. Qualora, tuttavia, il patriota Trump dovesse passare dai Tweet ai fatti, le conseguenze per l'industra di settore non sarebbero affatto marginali. Vediamo come e perchè.

CHI VINCE, CHI PERDE Nonostante, innanzitutto, in caso di barriere all'ingresso l'Unione Europea abbia a più riprese avvisato il Governo degli Stati Uniti che non tarderebbe a ripagarlo con la stessa moneta, alzando il muro verso i prodotti Usa imbarcati per il Vecchio Continente, ad avere la peggio sarebbe comunque il settore auto Ue, e non i costruttori a Stelle e Strisce. L'import di vetture americane pesa sul mercato europeo per una quota trascurabile (Jeep il player numero uno). Viceversa, le automobili che dall'Unione partono alla volta del Nuovo Mondo formano un esercito degno di uno sbarco anfibio novecentesco. 

GERMANIA SOTTO ATTACCO Una guerra dei dazi non farebbe né vincitori né vinti, ma è evidente come a soffrire maggiormente sarebbero i Costruttori di casa nostra, quelli tedeschi in primis. Questo benché i colossi deutsche producano una larga fetta di automobili proprio negli Usa, e non solo modelli destinati al maxi mercato locale. In caso di tariffe e contro-tariffe, in sostanza la Germania subirebbe l'effetto boomerang due volte. Suv, berline e cabrio a marchio Audi, BMW e Mercedes verrebbero vessate sia che dal suolo europeo partissero verso gli States, sia che dagli stabilimenti d'Oltreoceano tornassero in patria. Paradossale.

OPERAI IN ALLERTA Quando un giorno Trump dovesse premere il pulsante dei famigerati dazi doganali, a poco a poco la geografia della fabbricazione auto si trasformerebbe, sbilanciandosi sull'altra sponda dell'Atlantico. Conseguenza diretta sarebbe l'ancora incalcolabile perdita di posti di lavoro in tutta Europa, e con le proiezioni degli analisti che attribuiscono all'avvento dell'auto elettrica un impatto sull'occupazione a sua volta drammatico, ben si comprende come l'auspicio sia quello di un pacifico armistizio che scongiuri antipatiche reazioni a catena.

DUE PESI, DUE MISURE Qualche numero per mettere a fuoco il problema. Nel 2017, gli Stati Uniti hanno impattato sulle vendite globali di Mercedes e BMW per uno share del 15%. Audi ha esportato negli Usa il 12% della sua produzione, Volkswagen pur sempre il 5%. Sui prodotti made in Usa, l'Ue oggi applica un'imposta del 10%. Mentre al contrario, le auto europee destinate ai clienti americani vengono tassate solo del 2,5% (il 25% i pickup, segmento che laggiù è quindi già protetto a dovere, vista la forte tradizione). Comprensibile il desiderio di President Trump di riequilibrare il trattamento doganale. Quello di uccidere una filiera, invece no.

NATIONAL SECURITY Stiamo alla finestra, nell'attesa che lo US Commerce Department si pronunci. Già, perché l'applicazione dei dazi Usa sulle auto europee (e successivo effetto domino) dipende da un verdetto: venisse dimostrato che l'import di auto, componenti e materie prime rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale, allora il Governo sarebbe autorizzato ad aumentare le imposte. Numerosi studi sono in corso, l'esito è tutt'altro che scontato. Solo un dato è certo: Trump minaccia dazi, e a Wall Street l'indice automotive crolla. Sia i brand europei, sia i marchi Usa...


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