Autore:
Marco Makaus
Pubblicato il 28/09/2001 ore 12:40

La Triumph Bonneville nacque nel 1959 come versione spinta della Thunderbird, con il classico motore a due cilindri verticali e distribuzione ad aste e bilancieri, ora con due carburatori. Si trattava della versione di prestigio della Casa di Meriden, e rappresentava la punta di diamante della possente industria britannica, a quel tempo padrona del mercato motociclistico mondiale. La Bonneville è stata prodotta fino ai primi Anni 80. Il nome fu scelto per celebrare la conquista del record mondiale di velocità, avvenuta nel 1956 per mano di Johnny Allen, che a bordo di un siluro motorizzato con un motore bicilindrico Triumph aspirato raggiunse i 342 km/h, il doppio circa della velocità massima poi sviluppata dalle Bonneville più veloci.

Oggi, dopo quasi mezzo secolo, il record mondiale sfiora i 500 km/h,

mentre le motociclette di serie più veloci superano i 300: la differenza tra serie e record quindi si sta riducendo. Basterebbe questa considerazione per dissuaderci dal confrontare le due Bonneville: mentre quella paradigmatica degli Anni 60 rappresentava il top delle motociclette sportive (poco prima dell’alba dell’era delle pluricilindriche Triumph Trident, MV Agusta, Honda 750 Four…) quella odierna è invece una motocicletta turistica senza pretese prestazionali. Se dovessi descriverla con una parola, direi ''facile''. Facile perché è una motocicletta leggera, maneggevole, con un buon angolo di sterzo, una buona tenuta e frenata, ed un motore elastico con una buona coppia e una potenza sufficiente ma non tale da mettere in imbarazzo i principianti.

 

La posizione di guida, almeno per un motociclista medio-alto, è perfetta

, e consente di utilizzare la motocicletta per molti chilometri, a patto di non fare troppa autostrada. Infatti l’assenza di carenatura e la posizione di guida eretta non permettono di tenere medie elevate. E francamente l’autostrada, che non è quasi mai divertente in moto, non è certo la palestra ideale per la nuova Bonneville, che è decisamente a suo agio in città e nelle strade di campagna percorse senza fretta. Diciamo che con questa moto non si mette in pericolo la patente: infatti in autostrada si fatica a mantenere a lungo la velocità limite. Per le sue caratteristiche, la Bonneville è indicata a chi si avvicina solo ora al magico mondo della motocicletta e alle centaure, grazie a Dio sempre più numerose. Non mancheranno sicuramente i nostalgici, magari quelli che ritornano la motociclismo dopo anni di assenza.

Della sua progenitrice, a parte l’estetica, la nuova Triumph ha il piacevole battito del motore

: la particolare conformazione a due cilindri in linea frontemarcia appaga i sensi del tatto e dell’udito. La moderna tecnica ha permesso di equilibrare il motore in modo da evitarne le eccessive vibrazioni, che sulle ''vecchie'' bicilindriche britanniche erano veramente esagerate, mentre le moderne regolamentazioni hanno costretto i tecnici a ridurre drasticamente la rumorosità. Infatti, per sentire la voce dello scarico ci vuole impegno, una buona dose di giri (stimati, in mancanza di contagiri) e una bella galleria… In condizioni normali è quasi sovrastato dalla rumorisità meccanica della distribuzione, un po’ troppo da macchina da cucire.

Naturalmente la differenza si fa abissale nel comportamento stradale. Non tanto nelle prestazioni assolute, dove i 50 cavalli, la proverbiale leggerezza ed i rapporti del cambio a quattro marce della ''vecchia'' le permettono di essere fors’anche più brillante, ma nella sicurezza con cui si affronta la strada. Le sospensioni, abbastanza morbide, permettono di mantenere la traiettoria anche su fondi sconnessi (dove la versione 1969 è in evidente difficoltà) e insieme alle moderne coperture, danno una grande stabilità.

Ma quello che veramente dà la sensazione precisa del passaggio di trent’anni di sviluppo tecnologico sono i freni. Nel senso che la nuova Bonneville ha i freni. Se vi capitasse l’occasione di provare una vecchia Bonnie subito dopo una nuova Bonneville, fate molta attenzione, perché avrete l’impressione di salire su una moto senza freni. Ciò non toglie che, soprattutto nelle sue versioni ’68 e ’69, caratterizzate dal migliore equilibrio tra estetica e tecnica, la Bonneville originale rimanga una delle più belle motociclette mai costruite, e - utilizzata con una certa esperienza e cautela - ancora molto divertenti. Sul misto, rigorosamente con buona visibilità e buon fondo, una Bonnie ben guidata può ancora dire la sua.

Da un punto di vista di marketing, trovo non convincente l’aver usato lo stesso nome. È pur vero che questo avviene normalmente nei campi automobilistico e motociclistico, ma di solito si tratta di prodotti molto simili (Jaguar S-Type) e l’utilizzo del nome il più delle volte non è stato interrotto malgrado l’evoluzione del prodotto (Harley-Davidson). In questo caso è stato ripescato un nome glorioso ma abbandonato da almeno quindici anni, per un prodotto che si posiziona sul mercato in un modo quasi opposto: una supersport è diventata una paciosa turistica.

Per fortuna solo pochi pignoli coi capelli grigi faranno questi ragionamenti: per gli altri, la Bonneville offre una opportunità di avvicinarsi al motociclismo in modo meno impegnativo rispetto alle sportive, e decisamente più elegante rispetto alle custom e finte tali. Inoltre, e non è poco, la Bonneville permette di godere anche di un altro aspetto del motociclismo che si va perdendo: quello che porta a modificare ed adattare la moto ai propri gusti, creando in effetti un modello unico. La semplicità del prodotto, e la creatività dei fabbricanti di accessori e dell’importatore italiano, permette con poche modifiche di ritagliarsi la moto su misura: un manubrio più dritto, una verniciatura particolare (solo serbatoio e fianchetti, non c’è una complicata e costosa carenatura), magari delle pedane un po’ arretrate: la strada della ‘café racer’ oggi torna ad essere praticabile.


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