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Nissan Moco


Avatar Redazionale , il 07/05/02

19 anni fa -

Il nome? No comment. Ma anche se coniugato al maschile, riferimento migliore non avrebbe potuto esserci. Compattezza a prova di moka, linea simpatica, praticità d'uso e meccanica ok sono gli attributi dell'auto che segna il debutto Nissan nel segmento delle microcar. E non fa niente che per ora sia stata pensata su misura per il pubblico con gli occhi a mandorla: basta guardarla per capire che non sarebbe a disagio né sui pavé romani né sotto le guglie del Duomo

Mentre in Europa fervono i preparativi per il lancio della nuova Micra, in Giappone la Nissan presenta un’inedita, ipercompatta monovolume che appartiene alla categoria delle key-car, le city-car ancora più "city": la loro lunghezza massima non può superare i 3 metri e 40 e la larghezza si ferma a 1,48. Lo impone la legge: ogni giapponese che non possiede un posto auto coperto e vive in un grande agglomerato urbano deve per forza acquistare un’auto al di sotto di questi limiti dimensionali se vuole muoversi con mezzi propri.

Si è sviluppata così una sorta di "fascia protetta" che ha sempre mercato e in cui i costruttori propongono i modelli più disparati, purché soddisfino queste caratteristiche e purché non abbiano cilindrata maggiore di 660 cc, anche se poi la potenza specifica può arrivare a sfiorare i 100 CV/litro.

Buona ultima arriva la Nissan, con una vetturetta dalle forme piacevoli e dal frontale ad "ali spiegate" come quello della Micra III, che dovrà combattere in un settore dove Daihatsu e Suzuki la fanno da padrone, e dove perfino Honda si è cimentata.

Family-feeling a parte, non si può certo dire che la Moco possieda lo stesso slancio della sorella maggiore (complici ruote piccole e retrovisori grossi), ma nell’insieme il corpo vettura è gradevole e, soprattutto, suggerisce un’impressione di ampio spazio interno, grazie alla formula a cabina avanzata. Il suo target sono tutte quelle madri giovani e "attive" che hanno bisogno di portare i figli piccoli in centro e vogliono un mezzo maneggevole, economico e capiente.

E se con i nomi non c’azzeccano, nello sfruttamento degli ingombri i marchi nipponici non hanno rivali. Non solo dal punto di vista della volumetria effettiva dell’abitacolo, ma anche sul piano delle soluzioni funzionali, dalle cinque porte ai sedili rialzati (a 635 mm quelli anteriori, a 675 i posteriori) per garantire facilità di manovra a chi è davanti e visibilità a chi siede dietro; dal divano posteriore scorrevole alla leva del cambio sul piantone dello sterzo con freno di stazionamento a pedale, stratagemmi che consentono al conducente di entrare ed uscire anche dal lato passeggero.

Due gli accostamenti cromatici previsti per gli squadrati sedili e i pannelli portiera, che enfatizzano il carattere accogliente e confortevole degli interni in modo più classico (color biscotto) o giovanile (turchese). La plancia semplice e moderna, con quadro strumenti di facile lettura e volante a tre razze, è il segno di come i progettisti abbiano curato la vita a bordo.

Sul fronte tecnico, oltre a particolari minori come la fanaleria anteriore a parabole complesse, va segnalata la disponibilità di due propulsori e due trasmissioni, che possono combinarsi fra loro in diverse varianti. Tutte, però, con un denominatore comune: il cambio automatico, unica scelta per un’auto che sguazza in città come Rosolino in piscina.

Questo gruppo a quattro rapporti, gestito elettronicamente, può essere affiancato a un 660 turbocompresso, tipicamente nipponico nella sua concezione molto spinta, e a un più tranquillo aspirato. Quest’ultimo vanta un raffinato variatore di fase, che dovrebbe migliorare l’erogazione di coppia a basso regime senza compromettere la vivacità in zona rossa, ma anche uno studio dei processi di combustione in grado di assicurare consumi molto ridotti.

Non a caso la Moco è stata classificata come U-LEV (Ultra-Low Emission Vehicle), il che significa che immette nell’atmosfera fino al 75% in meno di sostanze inquinanti rispetto alle norme giapponesi del 2000, benché questa certificazione sia valida solo per la 2WD con motore atmosferico. Sì, perché la piccola asiatica esiste anche a trazione integrale permanente, con tanto di controllo elettronico! In questo modo chi guida non deve fare alcun intervento per ottenere la distribuzione ottimale di motricità, mentre la telaistica si presta ad addolcire le piccole irregolarità.

La versione "front-wheel drive"

non è da meno e non rinuncia agli ammortizzatori posteriori a corsa lunga, con benefici effetti per il comfort di marcia, né all’ABS e agli altri dispositivi di sicurezza come airbag frontali, pretensionatori con limitatori di carico bi-stadio e fissaggio specifico per il seggiolino, che solitamente è montato solo su multispazio ben più grandi.

Insomma, un’offerta molto più articolata di quanto ci si aspetterebbe in Europa da un’auto lunga meno di tre metri e mezzo. Nel Vecchio Continente le vetture carine, funzionali e non troppo costose sono molto richieste, come denota il successo della Daewoo Matiz, che misura 350x150 cm ed è stata disegnata da Giugiaro, ma spesso comandi difficili da azionare, abitacoli semplificati, ergonomia approssimativa, sicurezza sottotono, scarsa differenziazione meccanica (la stessa Matiz ha un solo motore di 800 cc) diventano vere e proprie pecche.

In questo contesto non si può non pensare che la Moco (magari con un altro nome) potrebbe ritagliarsi un suo spazio pure in Italia e dare fastidio a molte concorrenti illustri con un’arma tutta orientale: l’ospitalità.


Pubblicato da Silvio jr. Suppa, 07/05/2002
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