Prova su strada

Chrysler Voyager my 2001


Avatar Redazionale , il 01/08/01

20 anni fa -

Non è certo cosa facile rimpiazzare un mito. E questa MPV un mito lo è da circa vent’anni, da quando ha iniziato a sedurre prima il pubblico yankee, poi quello del Vecchio Continente. Oggi l’icona della minivan born in USA perde una bella dose del suo fascino sfacciatamente americano e diventa più... tedesca. Un caso? Lo zampino della Mercedes si vede nel comfort ora a a cinque stelle e nei motori tutti ad hoc, diesel compreso. Con prezzi e dotazioni adeguati.

 

LA NOVITÀ

Cambia volto, mette su qualche centimetro per diventare ancora più spaziosa (più sette centimetri in lunghezza, otto in larghezza e uno in altezza) e racchiude sotto il cofano una batteria di nuovi motori, tra cui un turbodiesel finalmente coi fiocchi la Chrysler Voyager, da 18 anni l’icona delle monovolume di taglia XL made in USA (anche se la versione per l’Europa è costruita a Graz, Austria, già da qualche tempo), oltre che regina nelle vendite in tutto il mondo. Oggi, la best seller delle maxi MPV si presenta con un fisico ammorbidito nelle linee (pure troppo!), con un comfort sensibilmente più elevato e, nel nostro Paese, allestita in dieci versioni. Tutte con una dotazione di serie accattivante, a partire dal modello "entry level" della gamma, e con prezzi cresciuti appena appena.

FACCIA DA YANKEE

Si riconosce subito la nuova Voyager rispetto al modello che si pavoneggia sulle nostre strade dal 1995. Soprattutto perché a variare è più di tutto l’espressione del frontale: occhi grandi, sguardo buono, sorridente, e una mascherina panciuta racchiusa da una cornice cromata e con il bel logo di Casa che campeggia al centro della griglia esteso in orizzontale (uno degli ultimi baluardi dello status di americana doc?). Il profilo è pressoché immutato, e mette in mostra solo una curvatura più accentuata del montante posteriore. Di nuovo disegno sono invece i fanali a quarto di luna e il portellone, enorme. Tanto che per aprirlo e chiuderlo ci vorrebbe quasi un cric... Ma sulla Grand Voyager è previsto il comando di apertura automatica, a mo’ di saracinesca del box da VIP. E che dire invece dell’assenza del lunotto apribile separatamente, tanto in voga sulle station e sulle monovolume di taglia media?

MODERATAMENTE INNOVATIVA

All’interno della Voyager non si riscontrano grandi rivoluzionamenti. Però la plancia è stata ridisegnata e, come per il resto dell’auto, mette in luce un aspetto più razionale e pulito. Ampie e ben sfruttabili le nicchie portaoggetti, una su tutte quella a cassettone sotto il sedile del passeggero. Ma è enorme anche quella portaocchiali e portatelecomando nel padiglione. Sulla versione a passo lungo è prevista una consolle centrale estraibile, da alloggiare nel tunnel per organizzare al meglio lo spazio interno. Il volante è di dimensioni importanti e racchiude i comandi del cruise control. Sulle versioni più esclusive, a questi si abbinano i pulsanti per le regolazioni della radio (da sballo, come da tradizione, in particolare con i dieci altoparlanti Infinity) nascosti dietro le razze e non facilissimi da trovare e utilizzare. Discutibile lo stile rétro del quadro strumenti con quadranti bianchi e i numeri neri in stile orologio del nonno. Un salto in avanti nel tempo anche il freno a mano che abbandona il comando a pedale a favore della più pratica leva.

LA SQUADRA DEL CALCETTO

Cambiano i tempi, i miti si rinnovano e si rinverdiscono, ma la sostanza della Voyager rimane fedele a quella del modello d’esordio di diciott’anni fa. Certo, l’abitacolo è ancor di più un salottone per sette e con il corridoio piatto per agevolare gli spostamenti dei passeggeri dalla seconda alla terza fila di sedili. Quest’ultima sempre composta da una panchetta a tre posti, mentre per le due file antistanti ci sono poltrone singole dotate di doppio bracciolo. Ribaltarle e smontarle è diventato ancor di più un gioco da ragazzi. La crescita nelle dimensioni non ha comportato l’aumento dello spazio riservato ai bagagli (che resta tuttavia ai vertici della categoria): da 428 litri con il pieno carico di passeggeri si passa a 4030 litri con una sola coppia a bordo, abbastanza per portarsi appresso il letto a due piazze di casa.

È SEMPRE UNA REGINA

Con il pieno di razionalità quasi da tedesca, la regina delle MPV di taglia maxi rinuncia un po’ al suo fascino sfacciatamente americano. Ma grazie all’iniezione di comfort, per merito del maggior spazio interno e di una migliore insonorizzazione dell’abitacolo, tiene saldamente in mano lo scettro da punto di riferimento della categoria. In particolare, grazie alla scocca sensibilmente più rigida (20%) che esalta ancora di più le doti di guidabilità e poi per la dotazione che, facendo chiudere un occhio su qualche peccatuccio (perché manca ancora la ventilazione separata per i posti posteriori?) è di ottimo livello. Airbag frontali a doppio stadio di apertura, laterali con protezione per testa e torace, ABS con ripartitore elettronico della frenata, climatizzatore automatico, cruise control, radio con lettore di cd e i cerchi da 16" sono di serie su tutta la gamma.

MOTORI MODERNI

Tre motori, due a benzina (2.4 e 3.3 V6 rispettivamente da 147 e 174 cv) e un turbodiesel (2.5 da 141 cv), e tre livelli di allestimento (LE, LS, LX) danno vita alla gamma della nuova Voyager. Che secondo gli obiettivi di Casa Chrysler dovrebbe apprestarsi a sedurre 5000 clienti quest’anno e mille in più nel 2002. Le armi segrete? Senz’altro il nuovo motore turbodiesel costruito dalla Detroit Diesel di Cento, Ferrara, che con la tecnologia common rail è finalmente paragonabile per prestazioni e comfort con i più raffinati cuori a benzina, ma assicura anche percorrenze decisamente interessanti per un minivan da oltre due tonnellate di peso: in media 9,9 km/litro. E per questo rappresenterà il 95 percento delle scelte.

SCHERZO DI CARNIVAL

Quanto ai prezzi, il ritocco al listino della Voyager è stato moderato. La versione turbodiesel costa da 55 milioni 900 mila lire in allestimento LE a 66 milioni 395 mila lire nella configurazione LX, che comprende le due porte laterali scorrevoli automatiche. Quanti bastano tuttavia per far pensare alla rivale Kia Carnival che già lo scorso anno in Italia ha fatto vacillare il trono di best seller dell’americana (4604 Carnival contro 5931 Voyager). Di cosa si tratta? Di un suo clone alla coreana, più spartano, rumoroso e grezzo, ma che consente un risparmio di una dozzina di milioni. Quanto basta per farci un pensierino. Chi opta per le più esclusive versioni a benzina deve mettere in preventivo un budget che va dai 58 milioni 611 lire della 2.4 LS ai 71 milioni 526 mila lire della 3.3 V6 LX. Tutte adatte per chi, pur con una famiglia numerosa, non vuole scendere a compromessi. Entro l’anno al top della gamma ci sarà anche un modello con trazione integrale.

AL VOLANTE

Guidare la Voyager spaparanzati sulla sua morbida poltrona è un vero piacere. Anche nelle lunghe trasferte i piloti di tutte le taglie non accusano la fatica, soprattutto grazie alle regolazioni su misura per ritagliarsi una posizione di guida ideale. Al resto pensano il volante quasi verticale, gli ampi vetri e la linea di cintura bassa che fanno dimenticare di essere al timone di un barcone da 4.80 metri di lunghezza.

UN CUORE DI RANGO

Avete presente il borbottio del motore diesel che sulla Voyager del passato non si vergognava di cantare a squarciagola? Bene, dimenticatelo. Il nuovo 4 cilindri turbocompresso della nuova MPV è fatto di tutt’altra pasta. Silenzioso, potente, educato e poco assetato. Un vero asso sotto il cofano. Merito della tecnologia common rail della Bosch e dello zampino della Mercedes nella messa a punto. I numeri? I 141 cv (104 kW) a 4000 giri e la coppia di 312 Nm a 1800 giri lo promuovono a pieni voti assicurando una velocità massima di ben 183 km/h (persino meglio del 3.3 V6, accreditato di 179 km/h di punta massima) e con percorrenze accettabili anche in città (7,4 km/l) e un’autonomia da TIR (742 km). Insomma un progetto quasi made in Germany...

ORA È DA PRIMA CLASSE

Con un cuore così viaggiare è un piacere. Anche perché la rumorosità nell’abitacolo è calata di molti decibel sia al minimo a freddo sia in velocità, quando tutt’al più hanno il sopravvento i fruscii aerodinamici. L’agilità di questo motore muove con sufficiente scioltezza la Voyager su qualsiasi percorso. Bisogna fare solo i conti con un comando della frizione piuttosto pesante (sconsigliabile per le signore la guida calzando un paio di sabot) e con un’inerzia notevole al di sotto dei 1800 giri. Quando la Voyager stenta un po’ a mettere in moto i muscoli. Un problema che potrebbe essere facilmente attenuato optando per la trasmissione automatica in arrivo entro fine anno.

BEN PIANTATA A TERRA

Come da tradizione, la Voyager ha un carattere più automobilistico che da furgone per le consegne. Lo sterzo è un po’ lento nell’esecuzione delle manovre e non da primo premio nel raggio di volta, ma si tratta di difetti ampiamente accettabili su una monovolume di questa taglia. A tenere i piedi ben incollati per terra ci pensano l’ottimo assetto, non troppo morbido né eccessivamente rigido, che esalta la guidabilità anche nei tratti di misto veloce, e le sospensioni autolivellanti all’assale posteriore (a pagamento sulla versione LE) che mantengono immutate le doti della Voyager anche con il pieno carico di passeggeri e bagagli. Ok anche l’impianto frenante a quattro dischi.

David Giudici

9 marzo 2001
Pubblicato da Redazione, 01/08/2001
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