Autore:
Paolo Sardi


OCCHI LUCIDI
Era da tempo che non macinavo così tanti chilometri in compagnia della stessa moto. Con il frequente ricambio che c'è nel parco mezzi della redazione i rapporti occasionali a due ruote sono la norma. Con la Z750S non è stato così, un po' perché la moto è stata obiettivamente affidata alle nostre cure per tanto tempo e un po' perché, una volta provatala, l'ho difesa con le unghie e con i denti, per non farmela sfilare da sotto le terga. Roba da avere i lucciconi al momento di darle l'addio: inutile negarlo mi ci ero proprio affezionato.

COME UN GUANTO A ben vedere, per entrare in sintonia con questa Kawa non occorre però una lunga fase di studio. Ci salti su e ti senti padrone della situazione, come se fosse parcheggiata in box da anni (beh da anni proprio no, ma da mesi...). Da qualche parte, ben nascosta, deve esserci la stessa scritta che hanno certi capi made in Usa, "one size fits all", una taglia veste tutti.La Z750S è ospitale con chiunque, dai fantini ai pivot. L'unico appunto che le si può muovere riguarda la sella, che è dura come una panchina dei giardini, un po' troppo per una moto che vuole anche viaggiare.


MATRIMONIALE
Per il resto, almeno fino a quando non si cerca di strappare la pole sul tragitto casa-ufficio, tutto rose e fiori. Quando si viaggia a passo di fanfara non dispiacerebbero un incavo più accentuato per inserire le ginocchia nei fianchi del serbatoio e pedane appena più arretrate. Si tratta però di peccatucci veniali. La sistemazione offerta dalla Z750S rappresenta un ottimo compromesso per il pilota. Non se passa male neppure il passeggero: rispetto alla Z750 vulgaris, la S dispone di una sella matrimoniale e di pratiche maniglie cui aggrapparsi nei momenti difficili. Anche per il secondo vale l'appunto della sella dura, mentre la distanza sella pedane è un po' troppo ridotta ma, nel complesso per lamentarsi ci vuole un bel coraggio.

DA CROCIERA (O QUASI) Anche il cupolino garantisce una protezione di tutto rispetto e riesce a togliere dal petto tutta la pressione dell'aria. E' possibile tenere a lungo medie elevate senza sforzo e anche ben sopra i 200 km/h non occorre affatto infilare il naso tra gli strumenti per trovare un buon riparo. L'unico vero limite all'impiego della Z750S come nave da crociera autostradale viene così dalla capacità di carico. Dei ganci sotto il codino per fissare le cinghie o un ragno non c'è traccia e le maniglie aiutano ben poco in tal senso. Inoltre la forma un po' a piramide del serbatoio non offre la base ideale per sistemare una borsa magnetica.


VINCE PER FORZA
Dal canto suo, il motore soddisfa da ogni punto di vista, anche da quello sonoro, con un sound cupo e gasante come pochi altri, quasi da scarico speciale. Attacca a spingere deciso sin dai bassi regimi, mostra i muscoli ai medi, trotta svelto una volta superati i 6.000 giri e passa quindi al galoppo allungando d'un fiato verso la zona rossa del contagiri. Riesce insomma a capitalizzare il meglio il vantaggio di cilindrata e a surclassare nei rilanci le rivali, tutte arroccate (chissà mai perché?) a fare gruppo a quota 600 cc. Una bella mano nella giuda disinvolta la dà il cambio che, se non brilla per fluidità a caldo, risulta comunque rapportato a meraviglia.

ALLARME AUTOMATICO le vibrazioni si sentono solo una volta superati i 6.000 giri e sono concentrate sulle pedane, oltre a causare qualche risonanza a livello di cupolino. Non tutti i mali vengono però per nuocere. A questo regime, in sesta, corrispondono i fatidici 130 km/h imposti dal Codice in autostrada. Le vibrazioni finiscono così per fungere da campanello d'allarme salva-punti o addirittura salva-patente, visto un secondo picco si registra attorno ai 170, quando cioè s'inizia a rischiare di andare a piedi o in bus per un mesetto.


UN COMPASSO
Il telaio è all'altezza della situazione. L'angolo più aperto del cannotto di sterzo rispetto alla sorella nuda rende la S più flemmatica e meno svelta nei cambi di direzione ma regala un maggior rigore nel seguire la retta via. La maneggevolezza ne risente comunque solo in minima parte e nel traffico ci si divincola con agilità. L'equilibrio complessivo resta quello esemplare di sempre. Le traiettorie si disegnano con precisione non comune, con un avantreno saldo, che infonde una gran sicurezza.

MAI AL TAPPETO La Kawasaki accetta di buon grado di portare a spasso tanto il neofita quando lo smanettone, dando tuttavia l'idea di preferire la guida pulita a quella spigolosa. Le sospensioni non offrono mille regolazioni (solo il posteriore, che ha anche il leveraggio progressivo) ma sono di sana e robusta costituzione. Solo sullo sconnesso più tormentato oppure guidando con il coltello tra i denti l'assetto va alle corde e perde un po' di coerenza, ma con doti da buon incassatore non dà mai l'impressione di andare al tappeto. Molte luci e poche ombre anche sul fronte freni, con una potenza non da superbike, ma adatta ad un utilizzo stradale. La leva che risponde bene sia che venga accarezzata sia che venga strizzata come un limone.


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