Autore:
Luca Cereda

GLI ANNI D’ORO Anni coraggiosi, i primi del Novecento. Tempi di cambiamenti, di grandi invenzioni, di pionieri e di epiche imprese. Avventure che, oltre a ridefinire il confine dei limiti dell’uomo, arrivavano a cambiare la percezione delle distanze e del tempo. Avvicinando tra loro mondi allora lontani.

OLTRE PECHINO E PARIGI Le nuove tecnologie, va da sé, rivestivano in tutto ciò un ruolo molto importante e con esse anche le grandi industrie che le producevano, in qualche modo partecipi di queste imprese. Prendete per esempio Pirelli e la Pechino-Parigi del 1907: l’irriducibile Itala 35/45 HP del principe Scipione Borghese, di Ettore Guizzardi e del giornalista Luigi Barzini, riuscì a completare e vincere il raid anche grazie alle sue coriacee gomme. Griffate Bicocca, of course. Da lì, il binomio Pirelli-Itala entrò nell’immaginario comune. Pensate che la Pechino-Parigi fu un evento talmente audace e clamoroso da scatenare, prima del via, una vera guerra tra sponsor (Pirelli e la Dunlop, nella fattispecie) per aggiudicarsi la fornitura di gomme agli equipaggi in gara. E fu la prima ma non l’ultima volta, in quegli anni, in cui la P lunga appose la propria firma su una grande traversata.

SI VOLA! Nel 1926 fu la volta del dirigibile Norge. Una memorabile spedizione nella quale, sebbene forse pochi lo ricordino, Pirelli mise di nuovo lo zampino. Il dirigibile Norge inseguiva il sogno di diventare il primo aerostato a sorvolare il Polo Nord, per poi raggiungere l’Alaska in un viaggio a tappe che partiva da Roma. Un viaggio problematico a dire poco; non tanto per le distanze (13.000 km percorsi in 170 ore) quanto più per le condizioni estreme che il Norge, nell’ultimo tratto soprattutto, dovette affrontare. Nemico giurato il freddo, con il termometro costantemente in doppia cifra sotto lo zero.

LA GOMMA TI METTE LE ALI Pirelli, che già dal 1911 costruiva involucri per dirigibili e dal 1915 aveva un piede (pardon, una ruota…) nell’aviazione avendo iniziato a produrre pneumatici per aeroplani, con le sue stoffe gommate contribuì a realizzare per il Norge una pellaccia particolarmente resistente. Ideato da un ingegnere ed esploratore italiano, Umberto Nobile, il Norge era un dirigibile definito in gergo tecnico “semirigido”: per mantenere la forma esterna, perciò, contava sull’azione combinata della pressione del gas interno e di una struttura rigida metallica che provvedeva ad assorbire gli sforzi di pressione del gas e i momenti flettenti. Capite bene come la tenuta delle stoffe, in termini di resistenza meccanica e di impermeabilità all’idrogeno, facesse una bella differenza. Peccato non fosse così semplice da prevedere: gli effetti delle temperature polari, nemmeno lontanamente paragonabili ai nostri miti inverni e soprattutto sconosciute ai protagonisti dell’impresa, erano imponderabili (o quasi) a tavolino.

UOVO DI GHIACCIO Prima della partenza furono condotti appositi esperimenti, a -14 e poi anche a -18 gradi. Nei laboratori Pirelli, i tecnici testarono le stoffe fino a 20 gradi sottozero: l’impermeabilità era ok. Ma restava il timore che queste, diventando via via sempre più rigide a causa del freddo, potessero creparsi. Senza contare il rischio di veder formarsi, sull’involucro, uno strato di ghiaccio tale, vista l’estensione del “pallone”, da appesantire enormemente il dirigibile: uno spauracchio cui Nobile tentò di ovviare cospargendo l’involucro del Norge di glicerina, sostanza capace, assorbendo l’umidità dell’aria, di generare per breve tempo una miscela anticongelante.

DA GUINNESS Ore 9:30 del 10 aprile 1926: dopo un’adeguata preparazione, la migliore possibile, e non senza una spinta di coraggio, il Norge spiccò il volo da Roma. Toccò l’Inghilterra, Oslo, Leningrado, Vadsø (Norvegia), le isole Svalbard (Mare Glaciale Artico) e infine Teller (Alaska), dove arrivò salvo ma non del tutto sano (fu costretto ad atterrare senza l’ausilio del personale di terra e perciò ne uscì danneggiato) alle 7:30 del 14 maggio. Sebbene in seguito accorsero altri a rivendicare il primato - nella fattispecie Richard Byrd e Floyd Bennett, che dichiaravano di aver raggiunto il Polo tre giorni prima del Norge a bordo di un trimotore Fokker - quello del Norge viene considerato il primo sorvolo comprovato del Polo Nord.