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5000 km con la Nissan Tino 2.2 TD


Avatar Redazionale , il 12/10/01

20 anni fa -

Il test ideale per mettere davvero alla prova le qualità di una vettura? Prendere quattro giovani universitari e farli viaggiare per migliaia di chilometri. Ecco com'è andata a una Tino.

Partire per una vacanza con un’utilitaria non entusiasmava nessuno. Soprattutto quando si tratta di due ragazze e due ragazzi, di taglia non XS, con bagagli per venti giorni e destinazione Valle della Loira, Bretagna, Normandia, Parigi. Inutile anche ricorrere ai resoconti di mirabolanti avventure in Cinquecento narrati dai parenti più anziani (quelli, per intenderci, che iniziano con "eh, quando ero giovane io, altro che queste comodità"), ormai non ci crede più nessuno. Molto meglio, senza dubbio, avere a disposizione una Nissan Almera Tino 2200 turbodiesel, soprattutto quando la prospettiva iniziale si chiamava Ka e aveva molti anni sulle spalle.

IL PRIMO IMPATTO

Chissà come mai, le nostre valigie (una per ognuno di noi) hanno un’aria meno minacciosa del giorno precedente. Ci concediamo anche qualche maglietta in più e un kee-way, che non trovava spazio nelle borse stracolme. Vogliamo esagerare, e portiamo anche una tenda da campeggio (nel caso non si trovasse da dormire nei bed and breakfast); per quanto riguarda la chitarra, chi scrive aveva già minacciato di ingoiare le chiavi dell’auto se gli altri non avessero concesso di portarla. Ebbene, eccoci alla prova del nove: l’apertura del bagagliaio, col timore di averlo sopravvalutato (in fondo la Tino è una monovolume, ma compatta!): invece, fortunatamente, ci trovammo di fronte a una sorta di container pronto per essere riempito di cose utili e di cianfrusaglie, opportunamente munito di sacchetti a rete per separare le scarpe o gli indumenti sporchi dal resto. Un paio di spintoni al nostro carico da battaglione e riusciamo a chiudere il portellone. Uomini davanti, donne dietro; non per sessismo, ma per una questione di lunghezza degli arti.

FINALMENTE SI PARTE

Sulla Milano-Torino abbiamo modo di fare l’ultima sosta italiana: un caffè ed un krapfen alla crema, per fare riserva di calorie. Niente pieno di gasolio, però, a 110 (non di più, visto il traffico) la Tino non consuma niente, tanto che ci viene il dubbio che l’indicatore del carburante possa essere rotto. Oltretutto si viaggia da pascià, la visibilità è ottimale e il motore a questi regimi sonnecchia tranquillo, consentendoci di chiacchierare amabilmente. Considerando quanto siamo squattrinati, l’idea di risparmiare una bella cifretta in carburante alza ulteriormente il morale, già ebbro per il viaggio. Fino al Frejus, perlomeno: 61.000 lire di pedaggio indispettirebbero chiunque, soprattutto considerando il tempo di permanenza sotto il tunnel, prossimo all’infinito, a causa di lavori (in pieno agosto...).

CALDO, MOLTO CALDO

Era soltanto il prologo: in certi tratti l’autostrada francese, con le sue barriere a raffica, è più antipatica e costosa di quella italiana. D’altra parte, è molto meglio curata, larga e sicura. Lì il limite a 160 potrebbe essere realistico. Il viaggio continua. Fa caldo e le nostre bottiglie d’acqua sono ormai buone solo per il radiatore, così per le bibite dobbiamo entrare all’autogrill. Va detto che il particolare più deludente in assoluto sulla nostra Nissan è l’impianto di condizionamento: nelle ore più calde, esasperati, abbiamo preferito abbassare completamente i finestrini per non sudare, anche con tutte le regolazioni al massimo. Fortunatamente (a questo punto) in direzione Orleans, cioè la nostra, il tempo promette pioggia. Non a caso l’acquazzone ci sorprende proprio al bivio tra Orleans e Parigi, la nostra meta finale. Ancora un paio d’ore, il tempo di superare un centinaio di roulotte targate NL (gli Olandesi sono pochi, ma d’estate sembra che siano tutti a visitare la Valle della Loira) ed eccoci nella città di Giovanna d’Arco.

MAL DI BRACCIO

Dal cuore della Francia risaliamo verso Nord-Ovest, in direzione dei castelli più importanti. Alla guida c’è Barbara, che si cimenta per la prima volta su un’auto dalle dimensioni medio-grandi. Qualche minuto per prendere le misure ed abituarsi all’altezza da terra (notevole) e tutto fila liscio: la Tino è facile, come la maggioranza delle monovolume di queste dimensioni. L’unica perplessità è il cambio, che, duro nel passaggio terza-quarta (e viceversa) a lungo andare diventa faticoso: abbiamo modo di accorgercene particolarmente ora che viaggiamo a basse velocità lungo le strade statali. Lasciamo Blois e proseguiamo per Tours, nota come "città dotta". Forse perché non abbiamo trovato parcheggio, forse perché era troppo città e troppo poco paese, dopo una breve consultazione decidiamo di proseguire fino a Chinon, cittadina ridente circondata da vigne e campi di girasole. In pochi giorni abbiamo già percorso, tutto compreso, quasi duemila chilometri, e i giorni di vacanza sono ancora molti. La Tino è decisamente la meno stanca di tutti noi, anche se la stiamo un po’ maltrattando. Sentendoci in colpa, la portiamo a rinfrescarsi, in uno di quei lavaggi automatici nelle grandi aree di servizio. Ora la nostra Nissan ha tutto un altro aspetto.

NON SIAMO SOLI

Il castello di Chinon apre solo su prenotazione di comitive, ma come abbiamo detto ce ne sono molti altri. La nostra Almera non può godersi il panorama, parcheggiata com’è tra le centinaia di altre macchine, tra cui moltissime italiane. Scopriamo anche che, mentre in Italia non ha ancora incontrato i favori del pubblico come meriterebbe, in Francia la Tino è un’auto piuttosto diffusa, anche se in quanto a numeri ovviamente non può reggere il confronto con la Renault Scénic (con la quale, bisogna ricordarlo, condivide la piattaforma e moltissimi componenti meccanici): i colori più diffusi sono proprio il verde metallizzato e il grigio chiaro, ed entrambi donano molto alla monovolume giapponese.

A TUTTO VOLUME

Il trasferimento da Chinon a Vannes, in Bretagna, è questione di due-tre ore. L’autostrada non c’è, al Nord della Francia, al suo posto superstrade larghe e ben curate, quasi sempre sgombre, sulle quali, oltretutto, non si deve pagare alcun pedaggio. Di sera, le stradine sono poco illuminate, e per evitare attacchi di sonno alla guida lo stereo ad alto volume è la soluzione migliore. La Tino è infatti dotata di un impianto di ottimo livello, che ci ha tenuto compagnia per le lunghe ore di viaggio durante la vacanza. Buono lo stereo, ottima l’acustica, peccato che insieme al cd non ci sia il lettore di cassette: chi viaggia molto sa che sono proprio le compilation fatte in casa, quelle da novanta o cento minuti, che rinfrancano gli animi stanchi, e quelle canzoni (belle o brutte che siano) ti risuonano in testa per tutto l’inverno.

LUCI SEPARATE

Non è stata, quella, l’unica occasione in cui abbiamo potuto apprezzare la nostra Almera per uno dei suoi particolari interni. In un lungo viaggio, dove inevitabilmente si sbaglia strada o si decide all’ultimo momento di cambiare direzione, va a finire che il passeggero sta sempre con la cartina tra le mani: per fortuna la Tino è dotata di luci separate, in grado di illuminare l’abitacolo parzialmente, senza infastidire il guidatore. Ha poi un comodo portaocchiali (tornato utile un’infinità di volte) posto sopra il retrovisore, e tantissime tasche e vani portaoggetti per riporre qualsiasi cosa possa dare fastidio. Il bello della Bretagna è che offre al turista una notevole varietà di paesaggi: se il giorno precedente eravamo al mare, il giorno successivo siamo nel folcloristico paesino di Lokronan, e ci caliamo immediatamente nella sua atmosfera gotica.

SI’, VIAGGIARE

Il contachilometri segna 3000 tondi. Della Tino abbiamo potuto apprezzare molte doti, ma una in particolare viene fuori sulla lunga distanza, cioè la continuità di rendimento. Il motore, anche dopo un’intera giornata di viaggio, continua imperterrito a spingere con costanza. Certo, sul misto c’è un po’ da lavorare col cambio, visto che fino a duemila giri il propulsore denuncia riflessi da bradipo. È vero che non abbiamo fretta, ma ai bassi ci saremmo aspettati un po’ di grinta in più, frutto della tecnologia common rail. Invece, niente. Ci rifacciamo nei lunghi tratti di autostrada o superstrada, quando il pedale si può schiacciare più a fondo. Con condizionatore al massimo e a pieno carico, la lancetta del tachimetro è giunta ad accarezzare i 190. Bel traguardo per un’auto di questo tipo, ma attenzione a non farsi prendere la mano. Rispetto alla sorella berlina l’Almera Tino, a causa della maggiore altezza da terra, è meno incollata al suolo, ed ha anche un assetto meno rigido, che nei curvoni ad alte velocità significa non solo rollio ma anche minor sicurezza.

AUTO ANTIFURTO

Ci sistemiamo a Bayeux, un centro tipicamente normanno, a pochissimi chilometri dalle spiagge del D-Day, in un bed and breakfast ricavato in una splendida villa ottocentesca. La Tino qui (come del resto in tutti i posti dove siamo stati) deve stare posteggiata in strada: non disponiamo di particolari misure di sicurezza, ma siamo piuttosto tranquilli, dato che la nostra prode Nissan, pur coi suoi grandi pregi, non rientra certo nel novero delle auto più ambite dai ladri.

DA CASELLO A CASELLO

Anche in estate, muoversi in auto a Parigi (come in tutte le grandi capitali) è un’idea masochista, tanto più che la rete di metropolitane e mezzi di superficie è assolutamente efficiente e capillare. In pochi giorni tentiamo di visitare tutto il visitabile, mentre la nostra Tino si gode il meritato riposo davanti all’albergo. Però poi ci si stringe il cuore per poi esplodere in un moto d’altruismo verso la nostra amica Nissan, che vogliamo ritrarre in alcuni di questi luoghi. Lo facciamo una domenica mattina, l’ultimo giorno in Francia. Solo pochi momenti prima di partire: 900 chilometri, Frejus compreso, che a percorriamo in otto ore. È stata la più convincente prova di forza da parte della Tino, capace di viaggiare da Parigi a Lione (circa 500 chilometri) sempre a velocità compresa tra i 170 ed i 180 orari, anche se a queste andature non si possono pretendere grosse percorrenze con un litro di gasolio (non più di 10 km).

OLTRE 5000 KM

L’Italia si fa riconoscere subito, con le sue autostrade più strette e trafficate, addirittura con delle belle buche sulla A4. Ma non importa, ormai siamo arrivati. Accompagno a casa gli altri, compagni di una vacanza faticosa ma da ricordare, e me ne torno a casa con la "mia" Tino. Un occhio al contachilometri, che segna 5100. Ma la schiena c’è ancora, e le gambe non sono rannicchiate. Mi sento un po’ in colpa con la mia utilitaria, parcheggiata davanti al portone… domani la porterò a fare un giro.
Pubblicato da Fabio Cormio, 12/10/2001
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