Autore:
Luca Cereda

FACCIAMO CHIAREZZA Il twist? Può essere divertente anche se non si balla, con due ruote su e le altre giù. Una fangaia? Meglio perderla che trovarla, ma se ci si capita dentro è bene sapere come venirne fuori. E il laterale? Non pensate a un esercizio da palestra, piuttosto immaginate di trovarvi a guidare messi letteralmente di traverso. Tutto molto bello, se si è capaci e lo si fa in sicurezza. Per imparare ci sono i corsi della Federazione Italiana Fuoristrada e… le Suzuki.

SPECIALITA’ DELLA CASA Dopotutto, da quando Suzuki ha aggiunto due ruote, iniziando a produrre automobili oltre alle moto, il fuoristrada è diventato presto specialità della Casa. Lo dice la storia – il primo 4x4, il Suzuki LJ10 antenato del Jimny risale al 1970- lo ribadiscono i numeri della contemporaneità; Suzuki detiene infatti l’11% della quota di mercato dei 4x4 nel mondo, il 39% a livello europeo e il 45% in Italia. Che prima o poi si mettesse a fare scuola, era in qualche modo scritto nel destino.

NUOVO MATRIMONIO Poi è uscita di scena la Daihatsu, che fino a ieri era partner ufficiale della FIF, la Federazione Italiana Fuoristrada. E adesso la Federazione ha puntato sul marchio di Hamamatsu, col quale è appena scattata la partnership. Suzuki supporterà con il suo parco di 4x4 (Swift, SX4, ma soprattutto Grand Vitara e Jimny) l’attività della FIF, dei suoi club (250 in Italia) e dei suoi istruttori (300 professionisti su tutto il territorio nazionale). Si parla di corsi ed eventi che coinvolgono circa 20.000 persone l’anno. Tra questi, prossimamente ci saranno anche alcuni clienti della Jimny Shiro, ultima release del Suzukino; a chi acquista la Shiro Suzuki offre incluso nel prezzo un corso di due giorni a Palagnano (Modena), sede di una pista internazionale permanente di fuoristrada.

ALLIEVI PER UN GIORNO Ne abbiamo avuto un assaggio di persona, non sulla pista di Palagnano ma su in montagna, a Pragelato (Sestrière). Per mezza giornata ci siamo cimentati in alcuni degli esercizi previsti dai corsi, puntualmente consigliati dagli istruttori. L’avventura è cominciata a bordo della Grand Vitara 1.9 DDiS a passo corto. Prima sfida: attraversare un solco con forte pendenza laterale. In questi casi il consiglio è di prenderla un po’ di taglio, puntando prima verso monte e controsterzando immediatamente dopo verso a valle per ritrovare quanto prima stabilità e la giusta traiettoria. Una volta in equilibrio, benché di traverso, si procede a ruote dritte e parallele.

MEGLIO LE RIDOTTE In tutto ciò ci fa buon gioco l’uso delle marce ridotte, selezionabili sulla Grand Vitara tramite apposita l’apposita manopola (con la quale si possono selezionare anche la trazione integrale permanente “semplice” e quella col blocco del differenziale centrale) messa sulla posizione 4L. Le ridotte ci aiutano ad avere maggiore controllo del mezzo e percezione del contatto col suolo, massimizzano la coppia e ci facilitano il gioco nel tenere passo felpato laddove rocce e masse sporgenti pregiudicano stabilità e aderenza, permettendoci di superare dolcemente gli ostacoli.

BALLIAMO IL TWIST Archiviato il “laterale” andiamo a ballare il twist: in senso figurato ma non troppo. Si chiama twist quella situazione del fuoristrada in cui ci si trova, attraversando un tracciato particolarmente sconnesso, con due ruote diagonalmente opposte sospese nel vuoto. Qui la Grand Vitara cala l’asso: la possibilità di bloccare il differenziale centrale, e quindi di ripartire la coppia sulle ruote con aderenza, consentendoci di avanzare più facilmente: su e giù, su e giù. Dal canto nostro, per dare una mano al mezzo ci preoccupiamo di sfruttare al massimo l’inerzia e di disegnare una traiettoria ideale mettendo le ruote nei punti in cui si ha maggiore motricità. Nell’avanzare sincopato del twist, un altro trucco sta nel dare un colpetto di gas – praticamente uno slancio – non appena si percepisce aderenza. Il tutto senza esagerare nell’accelerazione, è ovvio.

MAL DI DENTE Al laterale e al twist seguono altre situazioni critiche: il cosiddetto “dente”, una salita breve ma ripida, da affrontare dosando (anche qui) la velocità e valutando bene l’angolo d’attacco, e la fangaia, dove l’aderenza è prossima allo zero e a tratti si ha la percezione di non muoversi di un millimetro nonostante si schiacci l’acceleratore: in questo caso vale in tutti i sensi il detto “chi si ferma è perduto”: oltre a premere sull’acceleratore è bene giocare di sterzo nella ricerca di maggiore aderenza, meglio ancora seguire le orme di qualche precedente passaggio, laddove presenti.

PICCOLO E’ BELLO A quelli citati se ne aggiungono altri, che dopo un rally con la Grand Vitara ripetiamo a bordo, stavolta, della Jimny. Col Suzukino l’esperienza si fa ancora più rustica perché, se da un lato ci aiuta la sua notevole altezza da terra, dall’altro la sua maggiore rigidità ci regala colpi bassi (e secchi) caldamente sconsigliati alle schiene più delicate. E poi non c’è più l'opzione di bloccare e sbloccare, a seconda delle esigenze, il differenziale centrale in alcune circostanze critiche: sulla Jimny ci si affida solo la trazione integrale inseribile e alle marce ridotte, ma l’agilità con cui si disimpegna tra gobbe e speroni lascia piacevolmente sorpresi. Superata a pieni voti, nonostante la carreggiata stretta che obbliga a prendere bene la mira, anche la prova del ponte a due tronchi.