Autore:
Spartaco Belloni

Il test più significativo del 2001 lo abbiamo fatto davanti a un locale di tendenza. Ci siamo arrivati prima con una Supersportiva da 300 all’ora, poi con lo Scooterone bicilindrico, quindi con una Custom tutta luccicante, addirittura con una Maxi tourer con l’autoradio a palla. Impossibile non farci notare. E invece niente, ci hanno lasciati nel nostro angolino, senza degnarci di uno sguardo. Solo il buttafuori con l’auricolare sembrava indispettito. L’ultimo tentativo l'abbiamo fatto con una tuonante Supermotard tutta nera. Prima si sono zittiti tutti, poi qualcuno ha iniziato a indicarla. E le modelle non ci hanno più snobbato. Lì abbiamo capito tutto: per essere modaioli ci vuole la Supermotard.

IL CALCIO MALEDETTO

Trendy, ma con il cuore in gola. L’aperitivo prima o poi sarebbe finito e a noi avremmo dovuto accendere quell’aggeggio davanti a tutti. Rischiando la figuraccia: brutta cosa avviare a pedale un grosso mono quattro tempi, ancora di più davanti a un pubblico tutto per te. Se devi fare il figo lo devi fare fino in fondo, facendo finta di niente quando ti arriva la leva sullo stinco. O sul polpaccio, dipende dal modello. Per fortuna che adesso l’avviamento elettrico lo hanno messo su quasi tutte le Supermotard. Per chi vuole far scena (e ne è capace) la pedivella comunque l’hanno lasciata.

A MACCHIA D’OLIO

Quello del bottoncino magico è il segno più evidente del fenomeno di costume, del pubblico che si allarga. Le Supermotard ora fanno tendenza anche da noi. Sono nate per guidare a manetta sulle strade di montagna, ma in città danno un gran gusto. Sono l’essenza della moto, ancora di più di una naked. Sono spartane, leggerissime e con un solo cilindro soddisfano implacabili libido da gas. Fanno un rumore pieno, gutturale, politicamente scorretto. Hanno marce da infilare una dietro l’altra lasciando l’urban fighter della situazione a guardarti inebetito mentre scodi nel traffico, mentre tenti di tenere giù quella ruota anteriore che si alza da sola. In accelerazione sono imbattibili.

FAZIONI FAZIOSE

Oggi le supermotard sono anche belle, oggetti dal fascino non indifferente. Parcheggiarle davanti al solito locale fa una gran scena. I supermotardisti urbani si dividono in sostenitori di due marchi particolari: Husqvarna e VOR. Mentre la prima realizza anche modelli un po’ più pacifici, dedicati a un pubblico più ampio, la seconda punta tutto sulla cattiveria e sull’esclusività. I rappresentanti delle due fazioni si guardano storto come i tifosi al derby, ma alla fine fanno parte della stessa grande famiglia. Unita contro i motociclisti "normali". I supermotardisti non hanno una divisa particolare: se ne vedono in blazer e mocassino, giubbotto di pelle e anfibi, felpa con cappuccio e jeans da centro sociale. In comune solo il casco, di solito un cross con tanto di occhialoni tenuti sulla mentoniera. I più pacifici optano per il jet.

TANTI DIFETTI

Sono tanti i supermotardisti e delle più svariate specie: smanettoni usurati dai troppi cavalli, scooteristi annoiati, customisti incattiviti, enduristi stradalizzati. Tutti stregati dallo spirito puro del monocilindrico, sordi ai difetti che comunque queste moto presentano. Dribblato quello dell’avviamento elettrico rimangono le vibrazioni da martello pneumatico, il comfort scarso e la manutenzione impegnativa. Al self service si riesce a fare un deca giusto perché la benzina costa tanto. Le passeggere soffrono in silenzio sulle selle striminzite, come hanno fatto le loro colleghe negli anni Settanta, quando venivano scarrozzate sulle moto da regolarità, imbrattando i vestitini con l’olio sparato dai silenziatori. Negli anni Ottanta il gentil sesso ha dovuto beccheggiare sulle Enduro africane e nel decennio successivo la concezione maschilista delle due ruote le ha relegate sui sellini delle Custom. E ora sulle Supermotard. È dura essere la donna di un uomo di tendenza...

PEZZI RACCATTATI

Ma da dove arrivano questi ibridi, queste moto mezze da enduro e mezze sportive? Forse da un film americano: lui ex alcoolizzato all’ennesimo tentativo di rimettersi in carreggiata, lei signora che dimostra più dei suoi anni e parecchi matrimoni alle spalle. Nel filmone strappalacrime a un certo punto i due si incontrano: "Mettiamo insieme i cocci della nostra vita". Il fenomeno delle Supermotard nasce più o meno così, verso la fine degli anni Ottanta. Siamo negli USA e qualcuno si accorge che mettere insieme i cocci di una Supersportiva fusa con quelli di un’Enduro incidentata può essere edificante. Dell’enduro spiaccicata contro qualche palo si tiene buono quasi tutto, telaio sovrastrutture e soprattutto il poderoso monocilindrico a quattro tempi. Dalla Supersportiva con il motore a pezzi si prelevano forcella, ruote e freno anteriore.

LA PAPPA PRONTA

Facile immaginare come le prime Supermotard siano dei veri mostri, degli inquietanti ibridi neanche troppo attraenti. Ma la bellezza non è tutto, le Supermotard si rivelano subito imbattibili su certi percorsi stretti. Dagli States il fenomeno contagia la Francia. Negli anni Novanta è boom: i francesi affinano il concetto di Supermotard, prendendo come base le Enduro più cattive, quelle da gara. Aggeggi con più di 50 cavalli alla ruota. Qualcuno si avventura anche con il due tempi: i moderati con un 250 cross, gli esagerati con gli scorbutici 500. Roba da matti, ma anche da piloti. Nascono le prime gare di Supermotard, le Case annusano l’affare e propongono i primi mostri prêt-à-porter. Siamo ormai al nuovo millennio. Le Supermotard preconfezionate spopolano anche in Italia. Si sa, noi italiani siamo un po’ viziati. E per sfoggiarle all’aperitivo abbiamo dovuto aspettare che ci facessero la pappa pronta. Come gli stuzzichini al bancone.

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