Autore:
Alessandro Codognesi

MONFERRAGLIA CHE PASSIONE! Tutto è partito dalla telefonata dell’amico/collega Federico Maffioli, di AutomotoTV. “Ale ti va di partecipare alla Monferraglia Ten 2013?”. Fantastico, non fosse che l'evento è dopodomani. Chiama, disfa, briga, alla fine riusciamo a mettere assieme un bell'equipaggio di quattro piloti: io, Federico Maffioli, Giorgio Bungaro (direttore di Automototv) e Valerio Boni, collega giornalista. Per quanto riguarda l’evento, invece, tutto nasce tre anni fa, quattro le edizioni disputate sinora. Ma nonostante la giovane età, è una di quelle cose andata crescendo a dismisura. Sarà la simpatia dell’evento, sarà la passione dei partecipanti, sta di fatto che dai primi, eroici 50 partecipanti si è passati a un bacino di 3.200 utenti, destinati inesorabilmente a crescere. Ma cos’è di preciso?

ENDURO IN CIAO Dieci ore, centoventi equipaggi e mezzo rigorosamente (più o meno…) cinquanta monomarcia. Queste in breve le regole della Monferraglia Ten 2013, andata in scena il 30 giugno in un percorso da enduro allestito nel bel mezzo del Monferrato. Vince chi arriva primo, certo, ma qui l’agonismo passa in secondo piano in favore della passione e dello spirito goliardico, ci si aiuta a vicenda per arrivare a fine gara, team con team, non esistono logiche di competitività. Qua vige la fratellanza tra piloti, meccanici (che spesso sono la stessa persona) e organizzatori, una grande famiglia che cerca di superare il traguardo delle 10 ore. Molto spesso, in sella a cinquantini che stanno assieme per miracolo. Due le categorie al via: Serie (motorino cinquanta senza modifiche) e Truccati (motorini elaborati senza limitazioni tecniche).

ATTREZZ’ D’ANNÈ Per la Monferraglia Ten 2013 il nostro Team ha optato per un anziano ma sempre arzillo Piaggio Ciao, opportunamente rivisto. Tutta la termica, infatti, ci è stata gentilmente offerta da Polini, un mono due tempi da 70 cc, mentre il montaggio è avvenuto anche grazie ai meccanici di Vismoto. Totalmente di serie invece la ciclistica, anche se, come è facile immaginare, un paio di ammortizzatori posteriori decenti non avrebbero certo guastato…

PRONTI? VIA! Bando alle ciance, dopo aver montato alla bell’è meglio due gomme tassellate di un costruttore tailandese non ben identificato, siamo pronti alla partenza. Che avviene in un vero e proprio polverone: nel giro di pochi minuti invade tutta la vallata. Partiamo discretamente bene, Giorgio, il primo del nostro equipaggio, ha tutta l’aria di voler fare sul serio. Nell’aria aleggia odore di miscela, oltre a una sinfonia di piccoli motori a due tempi di cui avevo dimenticato il sound. L’impressione è quella di essere in un campo da cross particolarmente insabbiato, anche se i timidi vagiti dei motorini tradiscono la loro indole.

ROTUTTRA DI SCATOLE Purtroppo, poco dopo la gloriosa partenza, Giorgio rientra mestamente ai box, definizione generosa per un gazebo e una cassetta degli attrezzi. Cosa succede? “Si è rotta la catena!”. Ovviamente le espressioni seguenti sono state molto più colorite ma lascio alla vostra fervida immaginazione intuirle. Ciao sul cavalletto e tutti addosso al motorino, ognuno per cercare di dare una mano. C’è anche chi offre un goccio d’acqua ed è un perfetto sconosciuto. È questo lo spirito che mi piace: persone mai viste che grazie a un motorino rotto si uniscono, si conoscono e lottano per un obiettivo comune, anche se non si sa bene quale sia.

VA BENE SENZA Taglia, incolla, martella, niente da fare, la catena non sta sù. Ed è un problema, perché a circa metà pista c’è una salita importante, di quelle vere, senza poter pedalare il motorino non ce la fa. “Dai fa niente, scendo e spingo!”. Ok, spintarella di incoraggiamento per far ripartire il glorioso Ciao, e Giorgio si perde nella nube sabbiosa, gonfia di miscela.

È LA MIA VOLTA? È passata circa un’ora e mezza dalla partenza e dopo un altro paio di rogne meccaniche, è finalmente il mio turno di guidare. Torna Federico, apparentemente uscito da un raid nel deserto tanto è ricoperto di sabbia. “Ale fai in fretta che siamo messi bene in classifica!”. Ok, farò del mio meglio. Mi avvicino all’entrata al circuito con il mio trabiccolo, l’odore di polvere misto a miscela mi invade i polmoni come una forte aspirata di sigaretta, roba per tossici veri. E' ora di entrare nella mischia.

FIRST CONTACT Il primo giro è un vero trauma. Il Ciao è totalmente instabile, le sospensioni (se di sospensioni si può parlare) non assorbono nemmeno una radice, figuriamoci un panettone di un metro e mezzo di altezza. Evito quindi di provare a saltare, anche perché nella prima metà della pista mi passano praticamente tutti, a destra, sinistra, sopra e anche sotto. Alla prima curva vera, poi, scopro che non solo non assorbe, ma il traballante attrezzo che ho sotto di me non frena nemmeno, rallenta a malapena. Resetto il cervello, provo a concentrarmi nella guida anche se non è facile, vista la coltre da tempesta di sabbia che invade il mio campo visivo.

GIRA CHE RIGIRA Dopo due o tre giri, comincio a capirci qualcosa. Causa le sospensioni completamente assenti, posso recuperare solo nelle curve in appoggio, dove non servono  sospensioni a punto, e nei rettilinei. Il motore infatti gira bene, anche se non ha l’aria di essere carburato alla perfezione. Il risultato è che in allungo va forte, più di molti concorrenti ma muore lentamente quando scende di giri. Questo, unito alla mancanza del variatore, fa sì che alla salita di metà circuito si debba per forza di cose scendere dal motorino e correre sù, fino alla cima. Ecco spiegato perché dopo 5 giri tirati sono sudato da morire, manco stessi asfaltando la Salerno-Reggio Calabria a Ferragosto.

IL TEMPO PASSA La prima metà di gara va avanti più o meno così: si gira a turni di 5 giri ciascuno, un’aggiustata rapida a quello che si è smussato, allentato o che, e sotto con il prossimo. Ma dopo circa 6 ore dall’inizio gara, una rottura importante ci demoralizza: in un salto, Giorgio rompe il telaietto posteriore a cui è saldata la sella. Così non si può girare, troppo pericoloso. Che fare?

VICINI DI CASA Fortuna vuole che il Team di fianco al nostro gazebo abbia una saldatrice ad arco perfettamente funzionante. È fatta: un paio di punti qua, uno là et voilà, il Ciao è pronto a ripartire, più in forma che mai. Più o meno…

RIDE BENE CHI RIDE ULTIMO… Stiamo tenendo un buon ritmo e nonostante le mancanze del nostro Ciao siamo diciannovesimi nella classifica generale. L’entusiasmo è alle stelle ma allo scoccare della nona ora Valerio torna ai box prima del tempo. Che succede? “Il motore si spegne”. Smonta, prova, disfa, niente da fare. Il Ciao parte e rimane acceso per due minuti buoni, per poi ammutolirsi. Proviamo anche a rientrare in pista cambiando ogni volta pilota ma puntualmente a metà giro lo sfortunato di turno ritorna a piedi al box. Ricarbura, cambia i getti, il Ciao è stanco e non ne vuole più sapere. E dopo l’ennesimo tentativo di ripartenza, ci guardiamo in faccia, insabbiati, stanchi e consapevoli che, volenti o nolenti, oggi la nostra gara finisce qui, alla nona di dieci ore di gara. Amareggiati è una parola che non rende l’idea.

THE END Dopo un’oretta circa passata ad asciugarsi il sudore, la sabbia e a dirci che tutto sommato va bene così (ma non è vero), viene sventolata la bandiera a scacchi e sono decretati i vincitori. Noi non siamo ammessi in classifica perché il regolamento prevede che si tagli il traguardo. Se così non fosse stato, saremmo finiti comunque trentaduesimi nella classifica assoluta per numero totale di giri effettuati. Mannaggia al Ciao, non posso dire altro. Anzi sì: ci rivediamo alla prossima Monferraglia, più determinati e agguerriti che mai.