Autore:
Luca Pezzoni

SCOOP MALANDRINO La notizia parte dall’Olanda, per “colpa” o merito di un quotidiano che ha fatto uno scoop quantomeno sconcertante subito rimbalzato sul web e sulle community di maniaci del GPS. In base alle informazioni raccolte, la Polizia olandese avrebbe acquistato i dati sugli spostamenti degli automobilisti raccolti da Tom Tom…. e li utilizzerebbe per studiare dove mettere autovelox e compagnia bella. Lo sconcerto aumenta ancora di più se, dopo che la notizia inizia a rimbalzare sul web e siti specializzati, troviamo una risposta fonte Tom Tom che, in un certo senso, conferma la situazione. La versione del leader europeo e numero due negli USA dei GPS portatili, che nei propri navigatori integra o vende anche database antiautovelox, più o meno suona così: “noi vendiamo le informazioni raccolte ad un intermediario che in effetti potrebbe aver venduto a sua volta questi dati ma è tutto regolare, noi abbiamo informato e chiesto le autorizzazioni agli utenti…”. Vero, ci fidiamo, ma qualche perplessità di fondo rimane.

RACCOLTA DATI Intanto, come può essere successo? In realtà il problema è molto simile, fatte le dovute proporzioni, a quello che ha portato all’attenzione delle cronache i telefoni Apple, nei giorni scorsi finiti sotto accusa insieme ad alcune “app” che memorizzerebbero e trasmetterebbero spostamenti e dati degli utenti. E riguarda in senso allargato tutti noi utenti di smartphone, tablet e strumenti integrati con la rete e altre diavolerie. Tom Tom in poche parole specifica che a tutti gli utenti dei suoi prodotti viene richiesto il permesso al fine di raccogliere informazioni relative ai tempi di percorrenza, sempre in forma anonima. Chi acconsente invia questi dati a TomTom quando si collega il navigatore al PC, o in tempo reale per chi ha un dispositivo "Live". L’azienda poi evidentemente può aggregarli e a quel punto può decidere di “commercializzare” i dati.

APP E DINTORNI D’altra parte, la raccolta dati e la rivendita di gusti, abitudini e preferenze dei consumatori è e diventerà un immenso business. In un certo senso un prezzo da pagare che forse giustifica anche il grande interesse e valore che gira intorno al futuro del web 2.0 e delle applicazioni “social”, con le aziende disposte ad investire denaro sempre di più per conoscere gusti, orari e movimenti dei possibili clienti. Normale, riflettendoci, che i dati raccolti da Tom Tom o da altri operatori del mondo GPS possano essere appetibili a molti. Certo, le applicazioni o i prodotti che utilizziamo, in teoria e anche in pratica, devono richiedere le varie autorizzazioni nel momento in cui le installiamo o accettiamo il contratto di utilizzo. Ma, diciamo la verità, chi ne legge davvero il contenuto? E forse qui sta il punto: è davvero consapevole chi accetta di cosa significa dare il proprio assenso?

ANALISI DEL TARGET I dati degli automobilisti possono essere anche utilizzati per fini nobili e meritori, come valutare la necessità di nuove strade o studiare aggiornamenti sul traffico o dei percorsi. Negli States esiste una applicazione per smartphone per segnalare le buche in tempo reale alle autorità ad esempio. Però in questo caso, almeno a giudicare dall’eco generata dalle notizie e dalla perplessità di molti utenti che abbiamo registrato facendo un rapido giro su forum specializzati, la cosa non è proprio entusiasmante sotto il profilo della trasparenza. Tanto che Tom Tom stessa appare presa in contropiede dalla vicenda. Ma a ben vedere il problema che molti utenti potrebbero porsi è un altro: va benissimo, prendi pure i miei dati e vendili a chi vuoi… ma allora perché pagare per avere il servizio? Anzi, già che ci siamo potreste darmi il GPS gratis che in fondo vi faccio un favore a portarlo in giro… Stiamo volutamente e solo a fini esemplificativi estremizzando il concetto, ma il problema è serio e non riguarda solo questa vicenda.

GAP CULTURALE Da una parte le informazioni sui consumatori e sugli utenti di un determinato servizio valgono molto. Dall’altro occorre anche valutare da parte di tutti che vivere nell’era digitale comporta opportunità e vantaggi ma serve essere educati e attenti. Come ben sanno coloro che si trovano licenziati o richiamati per un uso troppo disinibito dei social network o che, avendo dichiarato urbi et orbi, di trovarsi dall’altra parte del mondo, hanno dato il via libera al furto in casa. Dove sta il confine? Quale l’utilizzo giusto dei dati non solo sotto il profilo legale ma anche nella percezione del cliente? Domande che troveranno risposta, più che nei tribunali o nelle leggi, nei comportamenti degli utenti stessi, disposti o meno a pagare un servizio oppure a optare per una sorta di “cambio merce” multimediale. Se c’era bisogno di un allarme per far riflettere tutti, anche i tecno maniaci più incalliti, sulla delicatezza dei temi legati alla privacy e al rischio Grande Fratello in agguato… eccolo servito.


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