Autore:
M.A. Corniche

Partenza venerdì sera. Uscita di corsa dalla redazione, il tempo di caricare borse e bici. Ho in prova l’auto ideale per queste zingarate, la Peugeot Ranch, una delle poche auto che, malgrado le dimensioni contenute, ingoia un paio di bici con le ruote montate al loro posto. Mi sono portato le cinghie che uso per legare le borse da viaggio sulla moto e le fisso ben salde ai comodi anelloni ancorati al piano di carico, per viaggiare in sicurezza e in previsione delle pieghe sulle curve della Cisa…

Ore 18.00, siamo intruppati nel flusso di pendolari e weekendari in uscita dalla città. Velocità da funerale, arriveremo tardi, sperando di trovare un posto dove dormire. Piano piano il traffico diventa più scorrevole e affondo il piede sull’acceleratore: la Ranch risponde bene con il suo HDI, silenzioso e morbido, con velocità massima dichiarata di 160 km/h. Quanto basta per

viaggiare tranquilli in autostrada e non rischiare il ritiro della patente.

Ci avviciniamo veloci al momento della verità: dopo un centinaio di chilometri si imbocca la Cisa, dove tutti i galli in Mercedes fanno gli splendidi in rettilineo e si tuffano sul pedale del freno appena la strada piega di qualche grado. I fenomeni lampeggiano, accelerano ma la Ranch mi dà l’impressione di aver qualcosa da dire a questi signori: dimostra subito di avere uno sterzo

molto preciso, di inserirsi in curva senza complessi e di avere un ottimo bilanciamento malgrado non abbia una silhouette da coupé.

È alta (non per nulla accoglie due bici montate), condizione che in teoria non va d’accordo con le curve e la stabilità, ma rimane sorprendentemente piatta in curva, con pochissimo rollio. L’unico dubbio che mi resta è la stabilità in caso di asfalto irregolare: salterà come un canguro?

Arriva la prova del nove: ponte in curva con raccordi, il meglio che si può trovare per verificarne l’assetto, oltre che la disponibilità delle fidanzate alla guida sportiva e il proprio sangue freddo. Esame superato: la Ranch rimane stabile come una coupé, la fidanzata non protesta, la fronte non si imperla di sudore gelato. Siamo pronti per affrontare la speciale in notturna Aulla-Castelnuovo di Garfagnana, una sessantina di chilometri di curve e controcurve. Corta, assetto preciso, motore HDI pronto e morbido: e chi mi tiene? Per fortuna tiene anche lo stomaco della mia compagna di viaggio, omologato dalla NASA. Arriviamo nel cuore della Garfagnana dopo le 21, affamati e con una settimana di lavoro sulle spalle. Trattoria slow food in vista. Posteggio rapido, tavolo, piatto pascoliano con salumi e formaggi e un gestore gentile che ci trova una camera a Barga, a pochi chilometri. Comodo poter tenere le bici dentro l’auto, non serve nemmeno scaricarle e dormono al coperto tutta la notte. Sabato sveglia presto ma senza fanatismi: tutto sommato è una vacanza. Cappuccio e brioche, uno sguardo al programma del rally e andiamo al Ciocco (certo che per un rally, chiamarsi del ciocco…) dove sta partendo una prova speciale. Ci appostiamo su un tornante spettacolare e attendiamo la partenza. Siete abituati a vedere le gare in pista, dove quasi tutti i piloti ripetono la stessa curva decine di volte allo stesso modo? Qui è tutto un altro mondo. Ognuno passa con il proprio stile, alcuni passano precisi, alcuni sbagliano la curva; a seconda dello schema di trazione della propria auto affrontano le curve con uno stile differente. Chi passa in pieno sottosterzo tentando di rimanere in strada, chi fa il pendolo prima della curva per evitarlo, chi entra in sovrasterzo pieno sfruttando la trazione anche al posteriore. Vale la pena vederli passare tutti, dai professionisti dei team ufficiali ai gentleman driver della retroguardia. E giù gomma lasciata sull’asfalto. Il pubblico è eterogeneo, bambini e anziani, curiosi e appassionati, quelli che sanno tutto sui piloti, quelli che li riconoscono al volo e quelli che, come me, non sanno nulla. Prova finita, è il momento dei meccanici, che aspettano auto e piloti al parco assistenza. È qui che si trova il vero folklore del rally. Ci sono i motorhome dei team e i camper dei gentleman driver, gli appassionati che stanno in coda per un cappellino e quelli che del cappellino se ne fanno un baffo. Chi fa foto e chi guarda. Chi guarda i meccanici al lavoro e chi guarda i piloti con invidia, volendo stare al loro posto. Colore, folklore in un ambiente che sembra sano, sportivo per davvero. Dove girano i soldi ma si respira ancora un’aria di sano agonismo senza spocchia e con tanta passione di tutti. Anche noi abbiamo il nostro momento di gloria: le bici erano ferme da un anno, la pompa per gonfiare le gomme me la sono dimenticata nella fretta… ma le nostre bici entrano gloriose nei box Peugeot e due meccanici in tuta Racing Lyons si cimentano al gonfiaggio, raccordando le valvoline alla pistola ad aria compressa con un tubetto dell’olio. Sono abituati a far fronte a ogni evenienza, a riparare danni impossibili da prevedere, anche a gonfiare due bici… Nel frattempo (giornalisti scrocconi lo si è nell’animo) ci ospitano nel motorhome Total per un pranzo veloce, insieme ai meccanici e ai piloti Peugeot. Poi, finalmente in sella, almeno quanto basta a raggiungere la Ranch. Torniamo verso il terreno di gara e il folklore continua sulla strada, la stessa che utilizzano i piloti nelle tappe di trasferimento. La Ranch sfreccia accanto a piccoli bolidi multicolori e ruttanti (gli scarichi sono un po’ aperti…), facendo la sua porca figura. Decidiamo di vedere l’ultima prova inerpicandoci sulle colline, su strade dove le dimensioni della Ranch sono giuste giuste, fino a Tiglio, un piccolo borgo di poche case e poche anime attraversato dalla prova speciale. Ci perdiamo, la strada è più lunga e tortuosa del previsto… insomma arriviamo quando la prova sta finendo. Ci troviamo così in mezzo al nulla, troppo lontani per arrivare in tempo alla prova successiva. Ci conviene aspettare che il circo ripassi da Tiglio. È il momento buono per oliare e provare le bici, facendo lo slalom tra le strisce di gomma lasciate sull’asfalto lungo il percorso dalle auto in corsa. Su e giù per il percorso fino a quando passa l’auto con il tricolore sulla portiera, l’apripista che dichiara la chiusura della strada. È il momento di mettersi al riparo, in attesa del passaggio delle altre auto dell’organizzazione (vabbè che hanno la sirena, ma è il caso che passino veloci come se stessero gareggiando?) e dei primi concorrenti. Non c’è che dire: vanno forte, e passano a pochi metri dal pubblico. Mi stupisco di poter zampettare tranquillamente e liberamente lungo il percorso: non è pericoloso? Io sono assennato, conosco bene le traiettorie e posso intuire quali siano i punti a rischio e quelli sicuri. Mi metto al sicuro dietro gli alberi quando passano le auto. Ma vedo tanta gente a bordo strada, anche nei punti a rischio. Mah, strana cosa… comunque è davvero spettacolare. Non sono riuscito a veder sfilare le auto così vicine nemmeno alla 24Ore di Le Mans con tutti i pass stampa in ordine che mi davano accesso alla trincea che corre a bordo pista. Qui si può allungare una mano e toccarle. Finisce anche questa prova, torniamo al Ciocco per vedere la partenza dell’ultima prova speciale. Arriviamo troppo tardi per vedere i primi… Fine gara. La classifica assoluta se la aggiudica una delle numerose Fiat Punto al via, la Super 1600 di Giandomenico Basso e Mitia Dotta, che anticipa la Peugeot 206 Super 1600 del campione d’Italia Renato Travaglia e la Punto del duo Andreucci.

Consiglio numero uno: andate organizzati, studiate bene il programma e la carta del rally (in genere si trova tutto sul web) e fatevi un programma non troppo stretto ma organico. Altrimenti farete come noi che alla fine abbiamo visto poco. Ma abbiamo apprezzato un po’ di folklore rallystico, due numeri non ce li siamo persi e abbiamo vissuto un assaggio di atmosfera corsaiola. Tanto che nella

nostra successiva prova speciale la mia compagna di viaggio si mette al volante e le spiego i fondamentali della guida sportiva, dalla posizione delle mani, alla seduta, alle traiettorie. Promette bene, dovrò metterla alla prova sui kart, la migliore palestra.  Domenica apprezziamo la comodità della Ranch: su le bici, giù le bici, un po’ di Cinque Terre e via verso Porto Venere, dove posteggiamo a qualche chilometro dal centro e in un attimo siamo in sella per raggiungere in pochi minuti l’agognato pezzo di focaccia genovese. Arriva il momento di tornare: alla fine ce l’abbiamo fatta a far accendere la spia della riserva, dopo circa 600 chilometri vissuti senza risparmi. Una media di quasi 15 chilometri per litro, con la povera Ranch sempre strapazzata, sia in autostrada, sia sulle stradine tortuose della Garfagnana. Non male.