Autore:
Andrea Sperelli

POCO A POCO In giro da noi dal 1998, si è data una rinfrescata barra svegliata con l’ultimo restyling, che ha portato un filo di verve in più nelle motorizzazioni e qualche dettaglio aggressivo nell’estetica. Faccia da station wagon monovolumizzata o – per fare quelli che parlano bene – precursore del concetto di crossover, buttato nel mucchio da un po’ (origine americana), la Mitsu con il nome di un film di fantascienza non provoca forse colpi di fulmine impetuosi, ma si fa voler bene poco a poco.

MAKE UP Muso a freccia, profilo lineare, pulito, senza picchi, senza eccessi. Da bravi ragazzi, da testa sulle spalle. Dentro, spazio per la famigliola intera, con tanto di cane, in caso. Dietro. Un po’ di make up sui dettagli, come restyling insegna, ma anche news sotto il cofano, che male non fanno. Tre motori a benzina - 1,3 litri da 82 cv, 1,6 litri da 98 cv ed 1,8 litri da 112 cv – e due turbodiesel ad iniezione diretta di gasolio da 102 e 115 cv e 1900 cc di cilindrata.

ALTEZZOSA Trotterellandoci per un paio di settimane, abbiamo in prova la 1.9 DI-D, saltano fuori vizi e virtù. Partiamo dall’inizio. La seduta: alta. È o non è una monovolume, sia pur familiarizzata, e da monovolume è la posizione di guida. Che, dipende dai gusti e dalle correnti di pensiero, regala o sensazioni di sicurezza – si domina dall’alto e menate del genere – oppure vertigini da pappagallo appollaiato sul trespolo. A voi la scelta.

TRUCKER Cosa che invece lascia ben poche alternative all’interpretazione è la posizione spiccatamente orizzontale del volante, un po’ troppo versione camion a rimorchio: peccato sarebbe bastata una regolazione più curata per piazzarselo meglio. Accendiamo e scorazziamo. Il rumore del quattro cilindri in linea si abbassa una volta raggiunte le temperature di utilizzo, risultando tutt’altro che fastidioso. I 115 cavalli a 4000 giri fanno il loro lavoro, in relazione alla natura dell’auto e alle dimensioni (4 metri di lunghezza, per 1,7m di larghezza e 1,5m metri di altezza). Niente prove speciali, evidentemente, ma gite fuori porta con la musica del cuore ad accompagnare.

TORCI COLLO Chiara e intuitiva la strumentazione avvolta dalla plancia scura, fluido e per nulla testardo il cambio manuale a cinque marce: le scalate che vanno a cercare la potenza per i sorpassi o per rubare il posteggio in centro, non si incaponiscono, così come per i passaggi alle marce più alte. Lo sterzo, invece, non è così leggero in manovra – sempre per rimanere al parcheggio di prima – e la schiera di appoggiatesta (tra quello del conducente e quelli della fila posteriore) costringe a movimenti da contorsionista per cercare di buttare lo sguardo oltre la collina.

NIENTE STRESS L’impianto frenante fa stare tranquilli i papà

con la prole che gioca sul divano posteriore: modulabile – tradotto, non inchioda appena lo sfiori, come è giusto che sia – e funzionale, con l’Abs che evita scherzi in caso di fondo scivoloso o ghiaietta traditrice. La frizione massaggia un po’ la pianta del piede al semaforo, caratteristica dei diesel, ma quando c’è da lavorare non stressa il quadricipite.

SOLO AVANTI Il turbodiesel dice 215 Nm a 1700 giri al minuto, per quanto riguarda la coppia massima. È graduale, non ha stacchi selvaggi, cresce da bravo fino alla zona rossa, senza calci nella schiena. L’assetto della Space Star è tarato sul comfort, rollìo compreso e la coda che accenna ad alzarsi in fase di rilascio in curva, in realtà mette solo un po’ di timore ma finisce lì. Si ricompone riprendendo la traiettoria impostata. Tre le versioni: "Family", "Comfort 1" e "Comfort 2". La trazione? Parrà strano – vista la Casa – ma non è integrale permanente: si limita alla ruote anteriori.


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