Autore:
Paolo Sardi

C'ERA UNA VOLTA Il 1959 fu un'annata d'oro per l'automobilismo inglese. Nel corso dell'estate venne infatti lanciata la Mini, forse la più famosa auto d'Oltremanica della storia, e pochi mesi più tardi Jack Brabham si aggiudicò il Campionato del Mondo di Formula 1 al volante di una Cooper, che in quella stagione fece suo anche il titolo costruttori. Il caso volle poi che i destini della piccola macchina creata da Alec Issigonis e di John Cooper s'incrociassero poco tempo dopo. Da questo connubio nacquero quelle Mini Cooper e Cooper S, capaci di vincere tre volte il Rally di Montecarlo (1964, 1965 e 1967) e di diventare un'icona della sportività a portata di tasca per intere generazioni di giovani.

DIVISA SOCIALE Oggi, mezzo secolo dopo, una serie a tiratura di 250 pezzi della nuova Mini, numerati sulla placca laterale delle frecce, celebra il doppio anniversario. A volerla e confezionarla è proprio Michael (Mike per i più intimi) Cooper, figlio del celeberrimo John e guida della John Cooper Works, l'atelier che cura i kit di elaborazione ufficiali del marchio anglo-tedesco. La versione commemorativa si chiama World Championship 50 e veste il Connaught Green che incarna al meglio la tradizione del verde racing britannico. A movimentare la livrea ci sono un tetto e due strisce bianche (White Pepper, per amor di precisione), su una delle quali si trova anche l'autografo di Cooper, a benedizione di quelli che erano anche i colori sociali della scuderia di famiglia.

QUATTR'OCCHI La World Championship 50 si distingue dalle altre Mini da sparo per numerosi dettagli racing, a partire dai piccoli fari supplementari piazzati tra quelli principali bi-xenon. Il carbonio fa da filo conduttore da un capo all'altro della carrozzeria. Lo si ritrova nella presa d'aria sul cofano, nel diffusore posteriore, sulle calotte degli specchi retrovisori e sulla maniglia del portellone.

GIU' DA GUERRA Questa versione monta il pacchetto aerodinamico più sportivo a catalogo e i cerchi neri Challenge a raggi incrociati firmati John Cooper Works, dietro cui fanno capolino pinze freno rosse in alluminio. Anche l'abitacolo vive sul contrasto tra il nero degli arredi e della pelle dei sedili e il rosso delle cuciture, delle modanature sulla plancia e sui pannelli delle porte. Un ulteriore tocco pistaiolo viene dal volante, che ha la corona rivestita in Alcantara.

ERCOLINO Niente di nuovo, invece, sotto il cofano, dove la World Championship 50 ripropone pari pari lo stesso motore dopato delle altre ultime Mini John Cooper Works confezionate sulla base della Cooper S. Il quattro cilindri 1.600 turbo Twin Scroll vede la potenza passare dai 175 cv standard ai 211 della variante ipervitaminizzata. La coppia massima è di 260 Nm, stabili tra i 1.850 e i 5.600 giri, pronti a diventare part-time 280 grazie al lavoro straordinario dell'overboost.

ISTIGAZIONE A DELINQUERE Abbinato a un cambio manuale a sei marce, questo motore permette alla World Championship 50 di passare da 0 a 100 in 6,5 secondi e di toccare eventualmente i 238 km/h. Grazie alla presenza dell'iniezione diretta della benzina, la Mini può dichiarare una percorrenza media di 14,5 km/litro senza le si allunghi troppo il naso. Il tutto sempre che il pilota resista alla tentazione di seviziare l'acceleratore, dopo aver magari inserito il programma Sport, che rende più pronte le risposte del motore e dello sterzo ad assistenza elettronica Eps, e disattivato il controllo della trazione, che lascia spazio al bloccaggio elettronico del differenziale.


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