Autore:
Gilberto Milano

Se fosse un politico lo si definirebbe un “grande comunicatore”. Sta di fatto che Giorgetto Giugiaro da qualche tempo riesce a mettersi in mostra come pochi altri nel mondo dell’auto. E lo fa talmente bene da lasciare ogni volta a bocca aperta chiunque venga a contatto diretto con le sue opere. Assieme al figlio Fabrizio, negli ultimi dodici mesi ha sfornato, tra le altre, l’Alfa Romeo Brera (Salone di Ginevra, ottobre 2002), la Maserati Kubang (Salone di Detroit, gennaio 2003) e questa Muray/Corvette che vedremo ancora a Ginevra a giorni.

Un Giugiaro in particolare stato di grazia insomma, che per il salone svizzero si è cimentato con un mito americano ricco di tradizione. Una show car molto ardita rispetto a Brera e Kubang, che rivisita in chiave moderna una linea ormai immortale.

I lunghi fari affusolati seguono i profili dei passaruota (più alti rispetto al piano del cofano) e si raccordano idealmente con un abitacolo che ne riprende il tratto: una bolla di vetro a forma di goccia attraversata da una lisca d'acciaio che funge da montante, e che scivola su una coda importante, ampia, tonda.

Di lato prevale un profilo ondulato molto aerodinamico richiama il profilo di un pesce, di una Murena appunto,  con cerchi in lega ricchi di razze da sembrare a raggi, e quattro branchie di sfogo laterali, tipiche delle Corvette Anni 60.

Telaio e meccanica sono originali Corvette, con due posti a disposizione e nel cofano un motore V8 di 5.7 litri. Cambio automatico e trazione posteriore completano il riferimento al mito Usa. 

Simbolo del mondo automobilistico d’Oltreoceano, la Corvette è la sportiva più famosa negli States, la più celebrata, con una personalità che sin dalla nascita è stata sempre controcorrente. Un’auto progettata per rappresentare un sogno collettivo a stelle e strisce, e tale è diventata.

Un sogno accessibile però, venduto in 1.115.579 esemplari (al 31.12.2002) in un arco di tempo che abbraccia mezzo secolo di storia; l’unica vera alternativa yankee al dominio stilistico e tecnico delle GT europee, Ferrari, Porsche e Jaguar in testa. E la prima auto americana con un rinforzo in fibra di vetro della carrozzeria.

Curiosa anche l’origine del nome, lo stesso di un tipo di nave da guerra agile e veloce (“corvetta” in italiano). A sceglierlo tra 1500 proposte fu il presidente della Chevrolet dell’epoca, Harlow Curtice. Ma forse non tutti sanno che il prototipo in realtà si chiamava Corvair Show Car, mentre sui primi disegni dello stilista che la progettò, Maurice Holley, il nome in codice era “Opel”…

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