Prova
Mini Cooper SD

Mini Cooper SD

La Mini Cooper SD monta un turbodiesel "maxi" e si presenta come la sportiva a gasolio che mancava nella gamma. Costa circa 4.000 euro più della Cooper D ma ripaga la maggior spesa con una notevole vivacità.
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Autore:
Paolo Sardi

AVANTI UN’ALTRA Le Mini sembrano come le ciliegie: una tira l'altra. Mese dopo mese, modelli e versioni si moltiplicano, per un'offerta che diventa sempre più ampia e articolata. In attesa che facciano il loro debutto la coupé e la roadster, i riflettori sono ora per la Mini Cooper SD, che va a rifare la punta alla gamma a gasolio della piccola anglo tedesca. Si tratta di una novità importante per il mercato italiano, visto che è proprio nel Bel Paese che le Mini diesel riscuotono più successo. Alle nostre latitudini più della meta delle Mini vendute si disseta alla pompa nera e ciò nonostante sino a oggi sia mancata a catalogo l'offerta di una versione diesel dal taglio realmente sportivo.

SENZA ECCESSI Questo vuoto viene colmato proprio dalla Mini Cooper SD, che sotto il cofano monta un due litri turbodiesel di origine BMW, già visto su altre macchine dell'Elica in posizione longitudinale e qui montato invece in senso trasversale. La configurazione scelta dagli ingegneri cerca un giusto compromesso tra prestazioni e consumi. La potenza massima è dunque di 143 cv a 4.000 giri, anche se in altri contesti questo turbodiesel ne ha erogati una quarantina in più. La coppia massima è invece di 305 Nm, stabile tra i 1.750 e i 2.700 giri.

ALL’ALTEZZA Ce n'è abbastanza per legittimare l'uso del nome Cooper S prima della D di diesel, senza essere accusati di millanto credito. Basti pensare, giusto per fare un esempio, che la Mini Cooper SD a due volumi scatta da 0 a 100 in 8,1 secondi e tocca i 211 km/h, accontentandosi di un litro di gasolio ogni 23,3 km. Questo risultato è possibile grazie al gioco di squadra dei dispositivi che la Casa racchiude sotto la definizione Minimalism, dal sistema Auto  Start/Stop alla frenata rigenerativa, passando per il suggeritore di cambiata al regime ottimale. Caratterizzato da un sistema di alimentazione common rail e da una turbina a geometria variabile, questo motore è proposto di serie con un cambio manuale a sei marce ma in alternativa si può ordinare anche con un cambio automatico, sempre a sei rapporti.

UNA PER TUTTE La versione Cooper SD si può avere con tutte le carrozzerie: tre porte, cabrio, Clubman e Countryman, in questo caso con trazione anteriore oppure integrale All-4. A prima vista è praticamente impossibile distinguerla da una Cooper S a benzina da 184 cv. Ad accomunarle ci sono la presa d'aria sul cofano e quelle nella parte bassa del fascione paraurti, assieme allo scarico centrale e ai loghi sui parafanghi anteriori. Proprio rispetto alla Cooper S, la Cooper SD costa mille euro in più, mentre, restando in ambito diesel, il sovrapprezzo nei confronti della Cooper D 1.6 da 112 cv sale a 4.050 euro. In moneta sonante i prezzi partono dai 25.600 euro della due volumi per arrivare ai 30.500 euro della Countryman All-4. Di sicuro sono tanto soldini ma per scoprire se il gioco valga la candela non resta che passare alla pagina successiva e vedere come va su strada la Cooper SD.

SECONDA GIOVINEZZA Dopo aver fatto sempre il suo dovere in casa BMW, il turbodiesel due litri bavarese vive una seconda giovinezza sotto il cofano della Mini. Lesto ad avviarsi con una voce sommessa e senza vibrazioni, il quattro cilindri dimostra di essere in men che non si dica proprio quel che mancava all’interno della gamma. Sin dai primi metri sfodera infatti una gran disinvoltura nel portare a spasso il corpo esile della Mini, dimostrandosi, sì, sportivo ma senza ruvidità, ben più aitante dei 1.600 che monopolizzavano il listino sino ad oggi.

TUTTO SUBITO In questa configurazione, l’erogazione è infatti piena sin dai bassi. Tenendo fede a quel che dice la scheda tecnica, la spinta si fa decisa ben prima dei 2.000 giri e da lì in poi la progressione è costante, senza flessioni. Come spesso accade con i turbodiesel più moderni, volendo ci sarebbe anche la possibilità di allungare con decisione ma seviziare l’acceleratore non ha molto senso. Cambiando a un regime intermedio ci si ritrova nella parte più favorevole della curva di coppia e si viaggia spediti senza tirare il collo alla meccanica.

GIUSTA ALTERNATIVA In pratica si ha quello che ci si aspetterebbe da una Cooper Doc, ovvero un gran piacere di guida, ma con una trattabilità e un’elasticità sconosciuta alla pur ottima sorella a benzina. La Cooper S deve quindi restare la scelta di chi cerca il kart feeling che ha reso famosa la Mini ma se non si ragiona con il cronometro in mano la Cooper SD diventa un’alternativa interessantissima. Con le sue caratteristiche permette di adottare una guida meno nervosa ma comunque redditizia, in particolare quando si viaggia in salita ma senza dimenticare le maggiori capacità di ripresa quando ci si muove nel traffico. La gran coppia può innescare qualche reazione allo sterzo ma solo se si esagera con l’acceleratore in uscita di curva.

AFFINITA’ DI COPPIA Il turbodiesel della Mini Cooper SD mostra di avere una buona affinità di coppia anche con il cambio automatico. La trasmissione, dal canto suo, funziona a meraviglia con innesti dolci ed eventuali scalate piuttosto tempestive. Quando le curve incalzano e si vuole viaggiare più allegri si possono comunque usare le levette al volante per inserire le marce in manuale. In questo caso gli innesti non sono fulminei ma con la loro gradualità non disturbano mai la pulizia della guida. A conti fatti e ragionando più con il piede destro che con il cervello, la Mini Cooper SD giustifica insomma la differenza di prezzo rispetto alla Cooper D: tutto le viene meglio e in modo più naturale. Forse non sarà una scelta razionale ma nessuna Mini, probabilmente, lo è…


TAGS: bmw turbodiesel mini cooper sd Tutte le prove auto del 2011

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