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Le Nostre prove Notizie correlate BEATA GIOVENTU’ Allargare la clientela potenziale nella
fascia di pubblico più giovane, quella che va dai 18 ai 30 e rotti anni,
creando una nuova generazione di alfisti in erba, indistintamente maschi
e femmine. E’ questa la mission, tutt’altro che impossible, che all’ombra
del Biscione affidano alla MiTo. Giusto per dare un numero, l’obiettivo è
di piazzarne sul mercato tra le 70.000 alle 80.000 unità all’anno, cosa che per
l’Alfa Romeo vorrebbe dire incrementare del 50% circa i volumi attuali. Davvero
una bella boccata di ossigeno, presa per di più in un segmento totalmente
nuovo per la Casa.
PUNTOE A CAPO La MiTo nasce sulla cosiddetta piattaforma B del Gruppo Fiat, quella della Grande Punto, giusto per intendersi, che può essere quindi considerata sorellastra della MiTo. Meglio giocare d’anticipo e dire subito che gli ultras del Biscione farebbero bene a lasciare lo scetticismo per altre occasioni. La Grande Punto è un’eccellente base su cui a Torino hanno già realizzato un’ottima sportivetta con il marchio Abarth. Ora gli ingegneri hanno fatto un gran lavoro per dare alla MiTo tutto quel che serve per potersi presentare come una "vera" Alfa, a partire da un look grintosissimo. TUTTA SUA SORELLA Dal punto di vista estetico, la
parentela più stretta è con l’attuale icona dell’Alfa Romeo, la 8C
Competizione. Con la supercar tirata in soli 500 pezzi la MiTo ha in comune
i fari a goccia, le luci di coda tonde, il classico trilobo nel frontale
con lo scudetto a listelli affiancato da due prese d’aria e il cofano che
disegna uno scollo a V ergendosi dai parafanghi. Ancor più netto è il modo
in cui si stagliano i passaruota dalle fiancate, neanche fossero i
deltoidi dei finalisti di Mr Olimpia, uniti da un solco (brancardo, nel gergo
del settore) che segna tutto il sottoporta. A sottolineare la coda c’è invece un
simil-estrattore nero, mentre nella parte superiore i montanti piegano
decisi verso l’interno. La veduta d’insieme è di quelle da colpo di fulmine,
ben più di quello che dicano le foto, che obiettivamente rendono poca
giustizia alla linea, specie nella veste rosso scura metallizzata. A TUTTO TONDO Anche l’abitacolo fa la sua scena, con una plancia rivestita in morbido schiumato, con una finitura quadrettata che fa il verso alla fibra di carbonio. Diversi elementi strizzano l’occhio alla storia dell’Alfa, come le classiche bocchette circolari, mentre un tocco di modernità viene per esempio dal display che troneggia in mezzo alla strumentazione. La qualità percepita è buona, con materiali di una certa sostanza assemblati con cura. Di grande impatto è soprattutto la scelta di eliminare la cornice dai finestrini, soluzione complessa, costosa ma dalla resa estetica impagabile. BONSAI Per merito anche di questo dettaglio, il taglio è da coupé bonsai (lunghezza, larghezza e altezza sono nell’ordine di 406, 172 e 144 cm), con una personalità spiccata, lontana da quella della Grande Punto, come dicevamo, sorella di pianale. La somiglianza si spinge anche a livello di schema delle sospensioni, che qui però si avvalgono di nuovi ammortizzatori con molle aggiuntive, cosiddette di rimbalzo. La loro funzione è di limitare il coricamento laterale in curva e di dare una mano alla MiTo a mantenere a promessa fatta dalla Casa: quella di proporre la macchina più sportiva della categoria. I TRE MOSCHETTIERI Un ruolo determinante in tal senso lo giocano lo sterzo, con un rapporto di demoltiplicazione di 12,9:1, tra i più diretti in circolazione, i freni a disco e, ultimi ma non meno importanti, i tre motori. Ad aprire le danze è un 1.400 aspirato dedicato soprattutto ai neopatentati, dotato di 78 cv e 120 Nm (e capace di portare la MiTo a 165 km/h con un crono di 12,3 secondi nello 0-100 e una percorrenza media di 16,9 km/litro). A completare il quadro ci sono non una ma due punte di diamante, una a benzina e una a gasolio. Sul primo fronte c’è un 1.400 Turbo della famiglia T-Jet con 155 cv e 230 Nm (215 km/h di punta, 8 secondi nella prova di accelerazione e 15,4 km/litro di media); sul secondo un 1.600 turbodiesel JTDM di ultima generazione con 120 cv e 320 Nm (198 km/h, 9,9 secondi e 20,8 km/litro). DNA SPORTIVO In attesa delle evoluzioni future della gamma (sono certi l’arrivo di una versione GTA da 230 cv e di un cambio robotizzato a doppia frizione), a fare da comun denominatore alle MiTo ci sono cambi manuali a sei marce e una dotazione tecnica da leccarsi i baffi. Ne fanno parte tra le altre cose il controllo della stabilità VDC, il sistema Q2 elettronico, che ottimizza la motricità in uscita di curva, e il DNA. Quest’ultimo è un cursore che permette al pilota di selezionare tre diverse logiche di funzionamento della centralina che governa motore, sterzo e il VDC di cui sopra, passando da una più sportiva Dynamic attraverso una Normal fino a una All weather, buona cioè per le condizioni climatiche anche più difficili. DA 15.350 EURO Continuando nella dotazione base, proposta a 15.350
euro con il motore 1.4 da 78 cv e chiamata Junior, si trovano
anche sette airbag e la radio CD. Per le MiTo 1.4 Turbobenzina e 1.6
JTDM ci può scegliere invece tra l’allestimento Progression
(nell’ordine a 17.950 e 18.950 euro) e quello Distinctive (2.400
euro in più). Con quest’ultima versione si hanno di serie i cerchi in lega
da 16", il climatizzatore manuale, volante e cambio rivestiti in pelle,
terminale di scarico cromato.
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